Home Arte & Cultura Il nuovo libro di Sebastiano Ardita: “Al di sopra della legge. Come la mafia comanda dal carcere”

Il nuovo libro di Sebastiano Ardita: “Al di sopra della legge. Come la mafia comanda dal carcere”

by Rosario Sorace

Un libro che nel titolo mostra un segno preciso, “Al di sopra della legge. Come la mafia comanda dal carcere”. Ed è scritto con la mente e con il cuore da Sebastiano Ardita, magistrato catanese, attualmente componente togato del Csm.

In questo saggio l’autore ha voluto ripercorrere con passione ed emozione la sua fondamentale esperienza di dieci anni dal 2002 vissuta alla Direzione del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria.

Le parole e i concetti espressi in questo libro sono sostanziati da una conoscenza profonda dei fenomeni criminali ed è pervasa da una fede cristiana luminosa e profonda.

Sebastiano Ardita ha attraversato questa dimensione della realtà carceraria assumendosi compiti che ha portato avanti con idee molto chiare sul 41 bis e sull’ergastolo ostativo, temi centrali in quest’ultima fatica editoriale.

L’autore sembra dirci osservando questo mondo che se non ci fossero stati i mafiosi, crudeli esecutori  di violenze inenarrabili, con tanti ergastoli sulle spalle, ogni uomo che entra nel carcere ha diritto alla redenzione e alla riabilitazione beneficiando di sconti di pena previsti dal nostro ordinamento.

Nell’occidente il carcere è stato valutato come un luogo di coercizione e repressione esemplare e proprio Michel Foucault nella sua celebre opera “Sorvegliare e punire” ha esaminato l’evoluzione culturale e morale dell’idea di carcere e di detenzione nel corso del tempo.

Nel carcere vigeva la disciplina ferrea, persino il supplizio corporale dei detenuti affidati alla coercizione del potere sovrano.

Le dinamiche moderne delle libere democrazie costituzionali prescrivono la rieducazione del condannato e la necessità di provvedere al potenziale reinserimento sociale di chi commette reati.

Il potere statuale deve operare ed esercitare il controllo sociale dei consociati e nel carcere questo avviene in maniera assoluta come nella metafora del Panopticon di Bentham.

Oggi le carceri sono luoghi di desolazione e di solitudine anche per il peggiore dei criminali. E per Sebastiano Ardita, già magistrato a 25 anni, restano ancora vividi e scolpiti nella sua memoria quei periodi e dopo trent’anni di carriera si è cimentato in una riflessione apertis verbis ,liberata da dogmatismi professionali e da tecnicismi giuridici.

Tuttavia non è un mistero che questo suo ruolo nella direzione del sistema carcerario abbia forgiato e fatto maturare il suo modo di pensare e la sua cultura non solo giuridica.

La sua visione delle cose è netta e precisa con punti fermi inderogabili: conferma del fine pena mai o dell’ergastolo ostativo per chi non collabora con lo Stato e mantenimento della normativa del 41 bis per coloro che non escono dall’organizzazione mafiosa. Ancora oggi i mafiosi impartiscono ordini dal carcere e questo deve essere evitato. Ardita fa degli esempi precisi che depongono per continuare sulla strada della legislazione attuale. 

Anzi, scopriamo che Ardita è uno dei magistrati più competenti e preparati su questi due capisaldi della legislazione innovativa e moderna voluta da Giovanni Falcone, che proprio il giudice morto a Capaci, suggerì al Ministro della Giustizia, Claudio Martelli.

Sebastiano Ardita in questo suo saggio riconosce a Claudio Martelli il merito di avere lottato quasi in solitudine per la conversione di quel decreto legge che era ostracizzato in Parlamento e che venne convertito in legge sull’onda emotiva solo dopo la morte di Paolo Borsellino.

Ardita in questo libro si appella al legislatore per evitare modifiche e mutamenti all’assetto originario proprio perché i capi mafia che non collaborano possono comandare e dare ordini dal carcere.

Il libro è agile, coinvolgente e illuminante con una scrittura incisiva, icastica, efficace. Sono fatti raccontati da un magistrato di valore che ha affrontato la questione carceraria segnalandone sempre disfunzioni e criticità e richiedendo con urgenza interventi e azioni da parte dello Stato.

Mi hanno colpito nel libro i capitoli in cui parla dell’incontro che il magistrato ebbe in carcere con un capo della cupola, Bernardo Provenzano; poi la storia dolorosa e straziante del detenuto Ciro; oppure del carcerato camorrista che viene autorizzato a recitare nella serie di Gomorra ottenendo un grande successo.

Ci sono tanti spunti fervidi e sconosciuti della realtà carceraria e Ardita li elenca in modo puntuale, mettendoli in luce senza infingimenti, mostrando un rigore analitico e uno scrupolo ammirevole.

Descrive la necessità di assicurare la sicurezza delle carceri e anche la qualità della vita, difende gli spazi aperti e la socialità tra le mura degli istituti di pena, denuncia le condizioni di degrado e di caos vissute nelle celle in questi ultimi anni.

La migliore definizione che si può dare per il suo operato è quella calzante definendolo come un uomo dotato di una matura etica della responsabilità corroborata dalla sua profonda fede cristiana.

Un uomo sensibile al destino dei deboli e degli oppressi, degli umiliati e offesi e, quindi, preoccupato di quel che avviene nel carcere, nelle celle e nei corridoi dove vi sono dei “colpevoli”, esseri umani che scontano una pena, vivendo molto spesso una condizione di disagio esistenziale difficile da rimarginare.

Ardita ha sentito l’eco di questo dolore e lo ha trasmesso a noi, tuttavia, nel libro non è indulgente nei confronti degli uomini di cosa nostra, della ‘ndrangheta, della camorra e della sacra corona unita, che non si “pentono” e che immaginano di poter guidare le sorti delle organizzazioni criminali anche dal carcere.

Nel libro c’è la memoria di quelli che hanno sacrificato la vita per svolgere un servizio nelle carceri, dai Direttori generali dell’Amministrazione penitenziaria uccisi dai terroristi, agli agenti di custodia che hanno sacrificato la loro vita solo perché hanno fatto il loro dovere.

Davvero un libro eccellente di un uomo ricco di idee che ci consegna un resoconto unico e vibrante di un mondo oscuro.

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