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Il Mezzogiorno negato

by Rosario Sorace

Un tema rimosso dall’ agenda politica nazionale è sicuramente il futuro del Mezzogiorno o, come la definivano osservatori illustri del passato, la questione meridionale.
Dalle inchieste sociali dopo l’Unità d’Italia sino ai nostri giorni tutti i governi che si sono succeduti hanno riservato al tema del divario tra Nord e Sud un’attenzione particolare, quanto meno in termini di analisi, intenzioni e obiettivi. Nella suddetta fase storica post unitaria avevamo una difficile coesione del divario e della differenza tra un apparato industriale del Settentrione in grande espansione realizzato e finanziato, soprattutto, con le rimesse degli emigranti depositati nelle banche e le attività agricole del meridione svolte nell’ambito di un latifondo nobiliare che non creava benessere e che sfruttava senza scampo la manodopera dei braccianti. Al punto che sin dalla nascita il socialismo italiano e la dottrina sociale dei cattolici ebbero come priorità da una parte la grande battaglia sul miglioramento delle condizioni di vita dei lavoratori nelle fabbriche e dall’altra la fine dello sfruttamento della manodopera dei contadini poveri.
In buona sostanza la storia dei diritti sociali e civili degli operai e dei braccianti divenne il motivo dominante della lotta dei movimenti sindacali della sinistra e dei cattolici democratici che aprirono vertenze nazionali.

Dopo il ventennio fascista c’è stata l’affermazione del modello economico corporativistico e autarchico. Nel dopoguerra infatti, con l’istituzione della Cassa per il Mezzogiorno e con tutti i limiti che questo organismo ha rappresentato nel finanziamento delle grandi infrastrutture e opere, vi sono stati interventi che hanno consentito un prodigioso decollo del Sud anche se per la verità alla fine della corsa si è constatato una miglioramento parziale della vita sociale a macchia di leopardo.
Bisogna dire comunque che le mafie sono state e sono ostacoli alla vita associata e allo sviluppo produttivo. Così, dopo la dismissione del sistema delle Partecipazioni statali e dell’Iri il buio per l’economia italiana è stato sempre più fitto.
Oggi proprio al Sud, per via della stagnazione, sono andate avanti soprattutto le aree che avevano una migliore e lungimirante classe dirigente che ha saputo spendere meglio e senza intoppi la realizzazione di opere di utilità e interesse sociale quali acquedotti, strade, assi viari e tutto quello che serviva per superare l’arretratezza di queste aree del paese.
Negli anni più recenti i fondi strutturali e le altre forme di finanziamento provenienti dall’Europa non sono stati, purtroppo, altrettanto efficaci e risolutivi nella direzione indicata. Tutto ciò per il semplice motivo che si arenavano nell’ambito della disponibilità della programmazione di spesa delle Regioni che non riuscivano dal punto di vista tecnico e progettuale a spenderli. Anzi, la nota dolente, specie in Sicilia, era quella che venivano restituiti per insipienza e incapacità.
Ci sono stati certamente fenomeni degenerativi di corruzione del malaffare e di interessi collegati anche a Cosa nostra che hanno minato le grandi potenzialità e la destinazione di questi finanziamenti alimentando il clientelismo, l’economia in nero e l’illecito arricchimento.
D’altronde la situazione degli enti locali e in primis dei Comuni è disastrosa e preoccupante, sia per la scarsa capacità di esigere le tasse e le tariffe per autofinanziare i servizi di propria competenza, sia per la difficoltà delle Regione a elargire quanto deve ai Comuni e sia per il continuo sperpero delle risorse finanziarie parassitarie dilapidate e che non producono crescita e sviluppo.
Oramai c’è molto pessimismo poiché tutto sembra immobile nonostante i continui moniti della Corte dei Conti e ora persino con le nuove disposizioni di legge di cui è dotato questo importante organo giurisdizionale di controllo è possibile mettere in atto azioni che sono più invasive e pervasive e che sono protese a recuperare il danno all’erario con sentenze di condanna di eventuali spese reputate illegittime.
Tuttavia viene continuamente segnalato da osservatori indipendenti che non sembra esserci un miglioramento nel livello della qualità e dell’efficienza dei governi locali e regionali. Intanto l’autorevole osservatorio dello Svimez lancia l’allarme che da qui ai prossimi 20 o 30 anni potrebbe verificarsi una vera e propria desertificazione sociale dei territori con l’assenza di ricambio generazionale nelle aree di crisi e, quindi, si assisterebbe al definitivo tracollo economico delle realtà sociali.
Ormai è noto come la maggior parte dei giovani abbandoni i territori per altre zone d’Italia ma anche e soprattutto come tenti di trovare lavoro all’estero. Il danno sarà sempre più incalcolabile per il Mezzogiorno aprendo un fronte di emergenza che se non sarà affrontato con provvedimenti massicci, incisivi e urgenti rischia di consegnare il Sud a una marginalità definitiva.

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