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IL MEDITERRANEO OCCIDENTALE: A CHE PUNTO È L’INTEGRAZIONE?

by Calogero Jonathan Amato

In un periodo in cui il paradigma della globalizzazione economica sembra in crisi – a causa dei grossi problemi che stanno vivendo le value chains internazionali – il dibattito sull’opportunità di intensificare la regionalizzazione degli scambi commerciali sta prendendo sempre più piede. L’Unione Europea ovviamente non fa eccezione, se pensiamo ai progetti annunciati di recente nell’ambito della cosiddetta “autonomia strategica”, macro-obiettivo di medio periodo che mirano a rendere l’UE più indipendente da un punto di vista industriale e commerciale.

Ragionando in quest’ottica, è dunque importante anche guardare al Vicinato europeo per analizzare quali opportunità ci sono per approfondire i legami economici: a questo proposito, la regione Mediterranea – e in particolare quella occidentale – è un esempio calzante di un’area che offre opportunità interessanti per l’integrazione economica, al netto di sfide significative che devono ancora essere vinte.

La regione del Mediterraneo Occidentale coinvolge cinque Paesi della sponda settentrionale (Francia, Italia, Malta, Portogallo e Spagna) e cinque della sponda meridionale che fanno dunque parte dell’area MENA (Algeria, Libia, Marocco, Tunisia più la Mauritania). Questi Paesi fanno tutti parte dell’Unione per il Mediterraneo, fondata nel 2008 per promuovere il dialogo politico ed economico in tutta la regione; tuttavia, tra di loro esistono forme di cooperazione più stretta (anche se informale) che si concretizzano nel 5+5 Dialogue, rivolto espressamente a fornire una piattaforma di discussione sulle tematiche che riguardano più direttamente la sotto-regione occidentale.

Conosciamo bene gli effetti che il Covid-19 ha avuto sull’economia in Europa. E nemmeno i Paesi del Mediterraneo meridionale sono stati risparmiati: nella fase più acuta della pandemia (in primavera 2020), gli scambi commerciali tra gli Stati della Sponda Sud si sono ristretti del 40%,producendo effetti anche a livello di logistica, trasporti e spostamenti individuali. L’impatto sulla povertà nella regione è stato significativo, dato che l’OCSE stima che in tutto il bacino Sud del Mediterraneo i poveri siano aumentati da 178 a 200 milioni.

Che dire invece dell’integrazione regionale con l’UE? Il potenziale è significativo, ma ancora poco sfruttato. I Paesi della Sponda Sud sono collegati ai partner europei occupando i segmenti più a monte delle filiere produttive, soprattutto nei settori dell’aerospazio, automotive, abbigliamento e agro-alimentare (in particolare agrumi).

Il valore aggiunto fornito da questi Paesi ai prodotti finali è dunque mediamente basso, anche se alcuni Stati come Marocco e Tunisia hanno un vantaggio comparato nella produzione di componenti per aeromobili e autovetture (settori che garantiscono legami stretti soprattutto con Francia e Italia) e sarebbe dunque auspicabile una loro ulteriore specializzazione che consenta lo spostamento verso fasi più a valle delle supply chains caratterizzate da un valore aggiunto (e dunque da un contributo complessivo al Pil) più alto.

L’integrazione a livello di filiera richiede però di essere supportato da un’adeguata “architettura” commerciale. Ad oggi, tre Paesi della sponda meridionale (Algeria, Tunisia e Marocco) sono legati all’UE con degli Accordi di Associazione bilaterali, mentre la Mauritania (che è comunque molto più arretrata economicamente rispetto agli altri) fa parte dell’accordo UE-Africa Occidentale, attualmente in attesa di ratifica. Si tratta tuttavia di accordi ormai “datati”, dato che furono conclusi circa vent’anni fa, e che necessiterebbero di profondi aggiornamenti anche per rispondere alle nuove sfide poste da un commercio globale in rapido mutamento. Alcuni passi avanti sono però stati fatti: ad esempio, recentemente sono stati eliminati tutti i dazi tra UE e Algeria, mentre con il Marocco Bruxelles sta discutendo su come modernizzare l’accordo nell’ambito della sua più ampia “Trade Policy Review”.

Come è noto, la ripresa economica post-Covid è messa alla prova dai numerosi colli di bottiglia che, a causa di un disequilibrio tra domanda e offerta, stanno mettendo sotto stress le supply chains. Trasporti, infrastrutture, logistica, sono anelli fondamentali affinché le catene produttive funzionino a dovere. Questi problemi hanno colpito anche la regione mediterranea, essendosi innestati su carenze strutturali pre-esistenti, sottolineate dall’OCSE:

  • Il grado di frammentazione rappresentato dai vari accordi commerciali bilaterali (non essendo presente un accordo plurilaterale a livello regionale)
  • La persistenza di barriere al commercio non tariffarie, soprattutto per la mancanza di armonizzazione in tema di regole d’origine (il che in buona sostanza “disinnesca” l’abbattimento dei dazi)
  • La mancanza di un adeguato quadro regolamentare che disciplini il commercio di servizi
  • Un business environment poco adatto a sostenere le ambizioni di aziende interessate a competere a livello internazionale

A queste problematiche va ovviamente aggiunto anche il cronico deficit in tema di infrastrutture e trasporti, che colpisce in particolar modo i Paesi della Sponda Sud e che si traduce in una scarsa connettività non solo con i partner europei, ma anche – e soprattutto – tra i Paesi stessi del Maghreb, riducendo così il potenziale di crescita di lungo termine per l’intera regione. Nonostante i progressi in termini di aumento di investimenti in infrastrutture (soprattutto Marocco, ma anche Tunisia), siamo ancora lontani dal livello necessario, dato che secondo la Banca Mondiale i bisogni in termini di investimenti nell’arco del prossimo decennio ammontano a 106 miliardi di dollari per l’intera regione MENA. Anche in termini di logistica la regione è deficitaria: secondo il World Bank’s Logistic Performance Index Marocco, Tunisia e Algeria occupano rispettivamente l’87esima, 104esima e 107esima posizione su 167 Paesi.

Non mancano tuttavia i progetti che, nel giro di qualche anno, potrebbero aiutare questi Paesi a compiere importanti passi avanti in termini di competitività. Ad esempio, in tema di trasporti, è in corso la costruzione dell’asse autostradale trans-magrebino, che collegherà Marocco, Algeria e Tunisia tra loro. In Marocco e Algeria sono in corso investimenti per migliorare sensibilmente la capacità ricettiva dei porti, così da consentire l’approdo anche a navi portacontainer di enormi dimensioni. In ambito energetico, invece, l’interconnettore Elmed collegherà l’Italia alla Tunisia contribuendo fino al 16% del fabbisogno elettrico del Paese e sfruttando l’apporto delle fonti rinnovabili; inoltre, il Marocco sembra avere un potenziale decisamente promettente per la produzione di energia attraverso l’idrogeno, anche se in questo caso occorre ragionare in un orizzonte di lungo periodo. E l’UE è interessata a favorire lo sviluppo di queste infrastrutture, sia nell’ambito Trans-European Network for Energy (TEN-E) che Trans-European Network for Transport (TEN-T). Inoltre, proprio con il Marocco è stato lanciato recentemente un “Partenariato Verde” per sostenere la transizione energetica e ambientale di un Paese che è da tempo in prima fila su questi temi nella regione (va ricordato che COP22, nel 2016, si svolse proprio a Marrakech).

Le possibilità per rafforzare l’integrazione regionale nel Mediterraneo occidentale sono concrete, a maggior ragione perché il dibattito sul reshoring e l’accorciamento delle filiere produttive sta prendendo sempre più piede nell’ottica di aumentare la resilienza post-Covid. Tuttavia, perché tale opportunità possa essere colta, dovrebbero essere sciolti alcuni nodi strutturali che limitano lo sviluppo della regione. Innanzitutto, servirebbero politiche industriali in grado di favorire una migliore specializzazione produttiva che aumenti il valore aggiunto in industrie ad alto contenuto tecnologico, come l’automotive e l’aerospaziale. A questo scopo, sarà necessario anche investire maggiormente in capitale umano per sviluppare le competenze dei lavoratori. Inoltre, occorrerà migliorare la dotazione infrastrutturale di questi Paesi e la loro connettività con l’Europa, per far sì che i potenziali vantaggi competitivi rispetto ad altri fornitori di prodotti intermedi (soprattutto Asia e Turchia) possano essere adeguatamente sfruttati. E, infine, servirà anche una modernizzazione degli accordi commerciali in essere: a tal proposito, per ridurre la frammentazione ma anche espandere le opportunità di mercato, si potrebbe fare leva sul supporto che l’UE ha fornito ai Paesi africani nella definizione dell’AfCFTA (di cui i 5 Stati nordafricani fanno parte) per giungere nei prossimi anni a formule di partenariato più o meno strutturate, andando da un semplice accordo di associazione a un vero e proprio FTA.

Insomma, i Paesi europei del 5+5 possono sfruttare il “pull factor” dell’UE – grazie ai suoi piani a lungo termine per favorire la transizione energetica e digitale e una politica industriale più forte e autonoma da altri grandi attori, in primis la Cina – per sviluppare un’integrazione più stretta con i partner della Sponda Sud.

 

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