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Il grande equivoco

by Nico Dente Gattola

Entro qualche settimana l’Italia avrà un nuovo governo. Convocata la prima seduta delle camere a risultati definiti, con un nuovo assetto parlamentare, cominceranno le trattative per la formazione del nuovo esecutivo.

Facili o complesse, dipende dall’esito delle urne, di sicuro non si può escludere la nascita anche durante la legislatura di esecutivo c.d. tecnico, ormai attore ricorrente nella vicende della politica italiana.

Nella prima repubblica i governi erano espressione della politica ed era alquanto raro che un non addetto ai lavori, quello che oggi chiamiamo né più né meno tecnico, facesse parte dell’esecutivo, tanto meno che lo presiedesse.

Con l’implosione dei vecchi partiti politici, complice tangentopoli, che ha azzerato un intera classe dirigente, la situazione è cambiata: i governi tecnici, presieduti da tecnici, sono ormai la norma.

Ma perché siamo giunti a tutto ciò?

Il sistema politico, dopo il 1992, si è indebolito e anche i suoi interpreti si sono dimostrati di uno spessore minore, rispetto ai vari Andreotti, Craxi e Berlinguer, solo per citarne alcuni tra i più importanti del passato.

Aggiungiamo poi che la forma tradizionale di partito politico, così come l’abbiamo intesa per gran parte del novecento è venuta meno, il quadro è completo.

Certo, in molti diranno che nel tempo sono venute meno le ideologie ma non sarebbe una giusta analisi della situazione.

Questo infatti è un momento che esiste solo nel nostro paese perché, sia pur in forme differenti, all’estero le grandi famiglie politiche esistono ancora.

Per dire, in Spagna e in Germania esistono ancora formazioni che si rifanno alla famiglia popolare e alla sinistra.

Al contrario, in Italia assistiamo ad una sorta di personalizzazione della politica, nel senso che proliferano sempre di più i partiti basati sul leaderismo, in cui vige un’identificazione e un’immedesimazione pressoché totale con il leader.

Questo perché la politica nel nostro paese attraversa una crisi ormai irreversibile, quasi incapace di gestire il Paese, che a volte dà addirittura l’impressione di cercare solo di sopravvivere.

In un quadro del genere, viene da dire di profonda debolezza, non deve meravigliare quindi il costante ricorso ai tecnici e ai governi tecnici.

Da troppo tempo assistiamo a crisi che sembrano impossibili da risolvere, specie alla vigilia di scelte complesse, il cui sbocco è dato dalla nomina di un premier non espressione della politica, cui demandare la gestione del paese.

Copione visto più volte negli ultimi decenni dai governi Ciampi, Dini, Monti e per finire con l’esecutivo Draghi.

Negli anni ci siamo ritrovati diversi governi tecnici, alcuni formati da personaggi anche politici altri solo da “esperti”.

Ovvio, non è una critica allo spessore dei premier elencati, oltretutto votati ogni volta da una maggioranza forte del Parlamento, ma la costante che pare evidente è che in Italia la politica pare abbia sempre più bisogno di delegare ad altri scelte impopolari.

Se infatti andiamo a confrontare le cronache politiche di questi giorni con il clima che si viveva nel 1993 e che ha portato alla nascita del governo Ciampi, come con le vicende alla base dei governi Dini e Monti, possiamo trovare un comune denominatore.

Ovvero, in tutte queste circostanze il sistema politico ha avuto bisogno di una sorta “di salvatore della patria”, un premier parafulmine a cui delegare i compiti dai quali la classe dirigente si è furbescamente esonerata.

Chi più , chi meno ognuno tra Ciampi, Dini, Monti e Draghi ha svolto il suo compito , che fosse impopolare o meno , ma tutti si sono rivelati come poco più di una parentesi, con un lascito finale per il paese nullo o quasi.

Tutto ciò, non tanto per colpa dei premier menzionati, ma perché il Parlamento e la politica non hanno mai colto l’intermezzo del governo tecnico, per procedere ad una reale riorganizzazione del sistema politico.

In poche parole, la formula del governo tecnico è vista, non come un’occasione di ripartenza per il paese e per il sistema politico ma, piuttosto, come un espediente per superare un momento difficile.

Tipico esempio il governo uscente, presieduto da Mario Draghi, nato per gestire la fase della vaccinazione post pandemica e per gestire al meglio il P.N.RR., per non aver ritenuto il Conte Bis capace di reggere alle sfide che ne venivano.

Ebbene, malgrado la partita dei fondi del P.N.R. sia ancora in corso, l’esecutivo presieduto dall’ex governatore Bce è inesorabilmente caduto, vittima di scontri tra i suoi azionisti.

Si badi, questa non è una presa di posizione a favore del governo in carica, ma la semplice constatazione di come la formula del “ governo tecnico” non sia altro che un mero espediente dettato da contingenze di bassa politica.

Fino a quando i partiti non capiranno che per la tenuta democratica non è opportuno ricorrervi, il grande equivoco continuerà.

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