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Il Governo Meloni conferma il numero chiuso nelle facoltà medico-scientifiche

by Matteo Pio Impagnatiello

Anche il Governo Meloni non cambia posizione sull’abolizione del numero chiuso nelle facoltà medico – scientifiche. Lo ha confermato, nei giorni scorsi, il ministro della Salute Orazio Schillaci al Tg1: «Ci sarà un allargamento del numero programmato a medicina ma non un superamento del numero chiuso. Già da quest’anno il numero di iscrivibili aumenterà del 20-30%».

Correva l’anno 1997 ed era in corso la tredicesima legislatura, quando fu introdotto il numero chiuso nelle facoltà di Medicina.

Il disegno di legge sugli accessi ai corsi universitari fu presentato da Ortensio Zecchino, allora Ministro dell’Università, di concerto con i suoi colleghi Letta, Diliberto e Bindi, nel Governo presieduto da D’Alema.

Uno dei paradossi del nostro tempo è che, pur mancando i camici bianchi, viene confermato il numero chiuso per “regolare” l’ingresso ai corsi di laurea nelle facoltà medico-scientifiche.

Siamo alla diciannovesima legislatura della Repubblica italiana e il Governo, insediatosi il 22 ottobre dello scorso anno, pare non abbia ben percepito la gravità della situazione, legata alla fortissima carenza di personale medico nella sanità pubblica, dopo che la pandemia ne ha evidenziato le falle esistenti.

Tra queste, oltre la già citata insufficienza cronica di medici ed infermieri, vi è il problema dello smantellamento della medicina territoriale e dell’imbuto formativo rappresentato dalle borse di studio insufficienti per nuovi medici specialisti.

Inoltre, l’89% delle strutture sanitarie pubbliche utilizza dispositivi oramai obsoleti (un esempio su tutti: oltre il 50% delle sale operatorie non possiede dotazioni moderne per interventi sicuri): a dichiararlo è il presidente nazionale Associazione Chirurghi Ospedalieri dottor Marco Scatizzi.

Dopo anni e anni di tagli alla spesa e mancati investimenti nel sistema sanitario nazionale, la situazione è al limite del collasso.

Il diciottesimo Rapporto Sanità del Crea (Centro per la Ricerca Economica Applicata in Sanità) dell’Università di Roma Tor Vergata, presentato nel mese di gennaio 2023 al Cnel, riporta che, per allinearsi al livello degli altri Paesi europei di riferimento, mancano all’appello 30.000 medici e 250.000 infermieri.

Il costo complessivo per annullare il gap comporterebbe un investimento di 30,5 miliardi di euro. Intanto 12.000 medici vanno in pensione ogni anno e senza un prolungamento provvisorio per i convenzionati anziani, tanti cittadini rischierebbero di rimanere sprovvisti di servizio pubblico.

Da alcuni anni, per garantire ad esempio il funzionamento dei pronto soccorso si è pensato di assumere medici “a gettone”, cioè a turno, da cooperative private: questo sistema, attuato senza alcun controllo sul personale da adibire, fa guadagnare tanto ai gettonisti, ma diventa rischioso per i pazienti.

Non aiuta a migliorare nel difficile periodo – in cui si trova il Servizio Sanitario Nazionale – il meccanismo del “payback”(introdotto per la prima volta in Italia con la Finanziaria 2007), una norma che mette a repentaglio il comparto delle forniture dei dispositivi medici e l’assistenza sanitaria pubblica.

Inoltre sulla capacità di attuazione del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), che per il Servizio Sanitario Nazionale rappresenta una importante opportunità, aumentano dubbi e perplessità.

E’ necessario un immediato rilancio della sanità, con maggiori stanziamenti. Ma anche il Documento di economia e finanza (Def) del Governo Meloni certifica l’assenza di un cambio di rotta post pandemia, poiché ignora proprio il pessimo stato di salute del Servizio Sanitario Nazionale.

Mentre si discute della presenza degli orsi in Trentino, il disastro della sanità pubblica può continuare, avviandosi in silenzio verso la privatizzazione e con la demolizione della tutela della salute pubblica.

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