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Il giorno della Memoria e il virus mutevole dell’orrore

by Maurizio Ciotola

Il giorno della Memoria ha ancora un grande significato in questo nostro paese senza memoria, inserito in un contesto in cui la sua fluttuante erosione è divenuta indifferente prassi. Il giorno della Memoria, che ricorda quel 27 gennaio 1945 in cui l’Armata Rossa entrò nel campo di sterminio di Auschwitz, costituisce una pietra miliare cui le popolazioni hanno il dovere di confrontarsi per comprendere il male e la sua banalità, come Hannah Arendt con coraggio cercò di farci comprendere. Ed è proprio in quella sua banalità che si annida il virus, cui sottovalutando o minimizzando restiamo indifferenti.

Il razzismo, le pulizie etniche, l’apartheid, i nazionalismi, le persecuzioni religiose, le violenze di genere, l’omofobia, hanno una radice unica, tristemente presente in ogni essere umano: la negazione dell’altro. La conoscenza e l’informazione, una società multietnica e multiculturale intesa in senso estetico, da sole non possono impedire che quella radice avversa, di natura violenta, emerga in una società organizzata e strutturalmente catalogata come civile.

La storia e l’attualità testimoniano che tali condizioni possono essere ritenute necessarie, ma non sufficienti a impedire la virale trasmissione di quella mostruosità che ha caratterizzato l’umanità sul piano storico e geografico. Del resto non è possibile contestualizzare solo a quel momento storico la mostruosità che ha generato i campi di sterminio per gli ebrei, sì, ma anche per gli zingari, e per chi era affetto da malattie psichiatriche. In quei campi finirono coloro i quali erano considerati diversi e non assimilabili a quel contesto ariano, a quelle artificiose caratteristiche di un popolo, di una idea di popolo cui si intendeva conformare il mondo intero.

Dopo il 1945, il processo di Norimberga e gli altri processi che la Germania seppe affrontare perseguendo i tanti soggetti implicati con il regime, abbiamo ancora paura di quel virus che accomunando razzismo, violenza e brutalità disumane, possa riprendere a diffondersi. Temiamo possa dilagare in una società ben diversa da quella degli anni Trenta e Quaranta del XIX secolo. Perché quel virus non solo non è mai stato debellato, ma nella sua mutazione genetica è riuscito a sopravvivere moltiplicandosi nella prassi scientifica, dogmatica, cui scienze sociali e politiche, vieppiù economiche,  hanno ingabbiato la società privandola di umanità.

Attraverso la prassi, la scienza e la tecnica siamo riusciti a giustificare la povertà, le separazioni sociali e intellettuali, lo sfruttamento e l’abbattimento dei diritti più elementari, la creazione di campi di concentramento che attraverso un restyling linguistico chiamiamo campi di accoglienza.

Il virus è presente da tempo nella nostra società, mutato, ma non troppo, capace di generare pulizie etniche a seconda dei recinti fluidi, che opportunisticamente vengono definiti in ambito sociale, religioso o geografico. Del resto non poteva essere altrimenti in una società che, in nome di una risposta funzionale al suo obiettivo capitalistico, ha depredato quello sociale, inducendola verso un’istruzione funzionalmente asservita.

Il serrato carico di informazioni e nozioni, che ha eroso lo spazio del dialogo, quanto quello del confronto articolato e dialogante, non poteva che generare radicalismi dogmatici incapaci di vedere l’altro. Quell’altro da sé, cui abusiamo nel continuo richiamo filosofico e narrativo, ma che non intendiamo praticare, se non nelle narrazioni accademiche.

Le categorie e il classismo imperante nella nostra società costituisce l’habitat ottimale per quel virus, cui il 27 gennaio di ogni anno cerchiamo di arginare facendo leva su una memoria sbiadita e incongruente con l’atroce realtà che siamo usi praticare, in opposizione a quella memoria.

Fino a quando nei contesti educativi il dialogo resterà marginale, lasciando il sopravvento a una istruzione tesa a plasmare “soldatini”, civili o militari, pienamente rispondenti al modello dominante, quel virus resterà vivo e potenzialmente pericoloso.

Perché è attraverso quella prassi, quel sistema dominante, quella banalità che contraddistingueva ogni azione in una società organizzata nel suo agire, che lo sterminio degli ebrei, la Shoah, ha potuto aver luogo, in un’indifferenza iniziale degli altri Stati.

E del resto, esimio presidente Mattarella, è difficile pensare che la nostra società, il nostro paese abbia saputo formare anticorpi adeguati se in questi anni si è compiuta un’opera di deresponsabilizzazione nei confronti degli autori e attori principali di quei crimini contro l’umanità, che per anni si sono annidati nelle nostre istituzioni.

Quel 23 luglio del 1943 e il successivo 8 settembre costituirono momenti importanti e determinanti, che nell’opportunismo erano proiettati a produrre salvaguardie diffuse, cui non seguirono mai attribuzioni di responsabilità per gli orrori generati. Il virus non fu debellato allora e venne mantenuto in vita dopo, per poi essere rivitalizzato in modo più esteso e mutevole negli ultimi trent’anni.

Riappropriamoci del tempo e delle relazioni, dei confronti e dei dialoghi, fuori dai prezzolati talk show o dalle dogmatiche parole di un novello Cesare, che da un podio all’altro inietta odio e i virus della violenza e del razzismo. Riportiamo l’educazione nelle scuole ridimensionando i suoi aspetti formativi, che generano cittadini passivi utili per il Pil, ma non per l’umanesimo di cui abbiamo disperatamente bisogno.

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