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Il fenomeno dell’emigrazione tra passato e presente

by Sabino De Nigris

Il bimestrale bolognese “Il Mulino” nell’estate dello scorso anno avviò un dibattito sul tema dell’emigrazione con una inchiesta nel numero speciale intitolato “Viaggio tra gli italiani all’estero. Racconto di un paese altrove”.

I flussi migratori italiani del XXI secolo sono descritti attraverso quaranta monografie dalle quali emergono testimonianze dei discendenti di un popolo che in passato, per ragioni demografiche, economiche e antropologiche, ha fatto della mobilità un rito di passaggio.

Tralasciando momentaneamente la legislazione, la letteratura otto/novecentesca sull’emigrazione, le canzoni, gli spettacoli sulla lontananza e la solitudine dell’emigrante, rivediamo il paese altrove descritto da viaggiatori differenti dalle generazioni precedenti. Il recente vissuto di giovani emigranti, non pochi di livello universitario e con un competitivo bagaglio di conoscenze, è una delle novità descritte. Una fascia di tecnici appartenenti a professioni attrattive (artigiani, trasporti, intarsio) confermano la validità della scelta dell’altrove, al punto da farsi raggiungere dalle famiglie, anche se il viaggio all’estero viene spesso vissuto come un salto nel vuoto.

Ma non si può parlare di emigrazione senza conoscere le cause dell’esodo, se non si hanno informazioni appropriate sui territori abitati e sulle risorse. L’inchiesta non concede sentimentalismi ma descrive e commenta in maniera cruda le scelte di quanti si sono messi in gioco. Non mancano raffronti tra paese di origine, metodi e prassi dell’accoglienza e dell’occupazione e sulle leggi sull’emigrazione della realtà ospitante.

Gli intervistati (donne e uomini, single o coppie) narrano le novità e spesso le amarezze dell’ambientamento. Mentre la celerità delle comunicazioni ha permesso il cambio dei rapporti tra l’emigrante e la nuova terra che probabilmente lo accoglierà.

L’emigrante ottocentesco e dei primi decenni del secolo scorso aveva una conoscenza orale del luogo ove lo attendevano parenti o amici e ignorava i controlli non facili da superare delle autorità portuali.

Così l’enorme numero di emigranti che premevano nei porti degli States convinse il governo degli Usa ad attrezzare per lo sbarco il molo Ellis Island, a New York, definito “l’isola delle lacrime”.

Moltissimi gli emigranti italiani che vennero respinti perché non in grado di rispondere alle domande della polizia, o non convincenti dall’aspetto fisico! I flussi migratori, non solo dall’Italia, generarono, come nella “grande guerra”, milioni di lettere: una sorta di “scrittura popolare autonarrativa”, come la definisce Amoreno Martellini; lettere, memorie, diari, pensieri, mentre entra in crisi la figura dello “scritturale” percepito come un filtro, se non un ladro di sentimenti.

La lettera stereotipata non descrive le novità e le esperienze che incontra l’emigrante. Lui non ne parla e se sa scrivere, con un italiano impreciso, informa i parenti, la famiglia del suo lavoro a cottimo, le umiliazioni del boss, ma anche le dure prove del riscatto sociale e dell’ affermazione sul lavoro. L’utilizzo del diario, più della lettera, ha lo scopo di tramandare con la memoria i sacrifici fatti per giungere al luogo prescelto. La maggior parte di loro non conosceva la nazione d’accoglienza, sapeva confusamente la città o il quartiere dove era presente la comunità della sua stessa origine. La traversata di un Atlantico minaccioso, con centinaia di persone collocate in terza classe (praticamente nella stiva!) scatenava paure indicibili. Da qui il bisogno di una confessione intima, solitaria, affidata a uno scritto da far conoscere in un tempo successivo.

Nell’introduzione del saggio cinque esperti descrivono le conclusioni delle ricerche, mentre Margherita Tirabassi fornisce utili dati sulle emigrazioni italiane: fenomeno che non è mai terminato se solo nel 1973 si registra un saldo a favore degli immigrati che superarono gli emigrati. L’autrice riprende la lunga storia delle partenze dai porti di Napoli, Genova, Ancona. In quasi due secoli si stabilirono, anche se per brevi periodi, tredici milioni di italiani in Europa e undici milioni nelle Americhe. Il fascino delle traversate portò gli italiani a tentare la sorte oltreoceano anche perché nell’Ottocento la navigazione si trasforma dalla nave a vela al piroscafo, con la riduzione della navigazione da 44 giorni a soli 14 giorni per raggiungere New York. L’uscita dall’Italia comprende quasi sempre maschi mentre la presenza femminile non viene descritta: eppure, anche in questo caso le donne italiane sono state centrali.

La mobilità degli anni Duemila, invece, comprende entrambi i sessi e si parla di “fuga dei cervelli”. Il classico giovane intimidito dalla metropoli che non conosce lingua alcuna, eccetto il proprio dialetto, con un vestito sgualcito e una valigia di cartone non esiste più dal secondo dopoguerra. La mobilità odierna, dunque, presenta novità complesse e articolate. Il profilo dell’emigrante, con le donne parte integrante della tendenza, è il giovane che ha frequentato Erasmus con tanto di curriculum e ha in tasca laurea e borse di studio, parla una o più lingue ed emigra per continuare gli studi, le ricerche per una migliore retribuzione o per un concorso non bandito nel suo paese. Nel 2017 risultavano 4.973.942 italiani all’estero, tenendo conto dei 90.000 connazionali dichiarati non rintracciabili, mentre nel medesimo anno 128.193 sono partiti.

Se la disoccupazione interna non scende una fascia di quadri/tecnici trova jobs più soddisfacenti, aggiornamenti di competenze e migliori qualifiche. E questo è uno dei tanti filoni di espatrio. Per la selezione dei lavoratori italiani molte agenzie estere operano in Italia da anni stipulando contratti e benefit. Il collocamento non ha più un ruolo pubblico centrale, sottolinea Michele Colucci, ricercatore Del CNR. La riduzione del lavoro industriale, l’avanzata dei servizi e lo sviluppo dell’economia finanziaria ha creato un stato di insicurezza con la figura nuova del precariato e, in particolare nell’editoria, con il free-lance. La mobilità aumenta in cerca di opportunità, comunque, a scapito delle politiche sociali e della sussidiarietà.

L’Europa comunque rimane la grande madre per chi ama le sfide. La rete con social network, blog, facebook, Instagram ha sostituito le lettere, i giornali, i telegrammi. Si è velocizzato il racconto e la comunità di emigranti ha il suo blog. S’intrecciano storie di successo e rimpatri di giovani: la mobilità continua, prendiamone atto. Regno Unito, Germania e Svizzera costituiscono nazioni ancora interessanti nelle scelte dagli italiani per emigrare definitivamente o stagionalmente, anche dal versante femminile. Giovani con ricchi curricula, diplomi di lauree e specializzazioni sono disponibili anche per lavori anche non corrispondenti alle attese perché l’importante è essere remunerati. Si va via per motivi sempre (o quasi) uguali: voglia di lavoro, relazioni sociali, sinergie, conoscenze, nuovi legami che permettano incontri e nuove amicizie. La nostalgia, il distacco familiare, la lontananza dagli affetti vengono confessate, ma con discrezione. Anche se c’è il rientro, il soggiorno all’estero viene valutato quasi sempre positivamente.

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