I prigionieri di Al-Sisi: La drammatica vicenda di due giornalisti reclusi nelle carceri d’Egitto

Si fa presto a parlare delle “primavere arabe” e a declamare la bellezza di certi paesi apprezzabili solo per la loro storia millenaria ma al giorno d’oggi senza libertà e rispetto minimo dei diritti civili.

Un nuovo caso riguarda la giornalista dissidente del regime di al Sisi, Solafa Magdy, che insieme al marito, Hosam Elsyad, sono stati imprigionati in Egitto per 17 mesi dal Novembre del 2019 e sono stati liberati nell’aprile scorso.

Oggi la donna è assolutamente depressa, senza energia e preda di paure che l’hanno costretta a cure farmacologi e afferma con angoscia: “Non riesco a lavorare. Continuo ad avere gli incubi, il mio corpo è stato liberato, ma la mia anima è rimasta in carcere”.

Queste parole ci aiutano a comprendere ancora meglio la drammatica odissea di Patrick Zaki, che è nelle prigioni egiziane da oltre 18 mesi.

“Non riesco a riprendere in mano gli strumenti del mestiere dopo la lunga detenzione. Mi manca il contatto con la macchina fotografica, la telecamera, il telefono. Spero di poter tornare presto a fare il mio lavoro. Il giornalismo non è un crimine”.

Ci sono in Egitto tantissimi prigionieri politici che sono sottoposti alla brutale repressione del presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi e che vengono ritenuti, sulla base di logiche liberticide, nemici dello Stato secondo le eterne regole delle dittature vecchie e moderne.

Le tecniche di detenzione del regime egiziano conduce tutti i prigionieri al medesimo stato d’animo e i numerosi attivisti narrano l’incubo che patiscono anche dopo le ingiuste detenzioni fatte appunto per svilire la personalità e l’impegno civile.

La carcerazione trasmette quel senso di svuotamento generale e l’incapacità di reinserimento alla normale vita sociale. Questo timore del proprio futuro resta perenne dentro l’animo, come il caso di Patrick Zaki che dimostra la triste e desolante esperienza che sta vivendo e che ha già manifestato lo studente Erasmus dell’università di Bologna con la terribile detenzione nella prigione di Tora.

Solafa e Hosam hanno lasciato le carceri egiziane profondamente segnati, e in particolare Solafa è stata liberata dal reclusorio femminile di Qanater, mentre Hosam era a Tora.

Il nostro pensiero è rivolto a Zaki che ormai è al 18esimo mese di detenzione e vive una buia depressione senza nessuna speranza di riacquistare la libertà nonostante la mobilitazione in Italia e all’Estero.

Patrick sembra aver totalmente perso la sua vitalità e il suo entusiasmo nel voler riprendere con vigore e determinazione la sua carriera accademica.

A tale proposito ci basta quel che che afferma oggi Solafa Magdy: “Da quando sono stata rilasciata, quattro mesi e mezzo fa circa – riferisce la giornalista egiziana – ho dentro un peso che non se ne va. Non riesco più a fare le cose banali come rispondere a un messaggio, intrattenere discussioni, scrivere commenti. Resto a letto per gran parte delle giornate, ho il sonno disturbato da incubi angoscianti. Di notte mi sveglio all’improvviso urlando di terrore, la paura negli occhi, rivedo le immagini patite in carcere. È come se mi sentissi morire. Esco poco, ogni volta ci penso su due volte. Quando mi guardo allo specchio vedo la malinconia sul volto e quando, in compagnia di altre persone, sorrido, faccio uno sforzo. Il traffico cittadino mi fa paura, rivedo me stessa dentro i blindati quando dal carcere mi portavano in tribunale per le udienze di rinnovo della detenzione”.

Solafa e suo marito nel periodo detentivo avevano solo il desiderio di riabbracciare il piccolo Khaled, il figlio della coppia, che ha vissuto nel periodo della prigionia dei genitori con la nonna: “Lui è tutta la nostra vita – continua Solafa Magdy -, ma tutto è cambiato, anche l’atteggiamento verso di lui. Mi dispiace di non essere più così presente come accadeva prima, sono sempre esausta e incapace di nascondere con mio figlio e mio marito la profonda amarezza che ho dentro. L’uso dei farmaci a cui sono legata è un altro problema che devo assolutamente risolvere”.

I due giovani giornalisti avevano svolto con passione e dedizione il lavoro e la loro unione ha rappresentato una simbiosi virtuosa di operatori dell’informazione che scovano le notizie con autorevolezza e obiettività e per tale motivo erano scomodi al regime.

Ora i due giornalisti si sentono ormai impauriti, delusi e marginali. “Sto cercando un lavoro – afferma dolente Solafa- vorrei tornare a fare ciò di cui sono capace, ma non è facile. È passato tanto tempo dall’ultima volta, mi sento distante da determinati concetti, interviste, connessioni online e così via. Purtroppo sto pagando un pegno inevitabile alla mia vita e alla mia professione, un lavoro straordinario che ho sempre svolto con passione in un Paese complicato. Tanti colleghi non ci sono più e io racconto storie anche in loro memoria. Il mio corpo è stato liberato, ma purtroppo la mia anima è rimasta dentro la prigione di Qanater”.

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