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“Hammamet” e la Commissione parlamentare d’inchiesta

by Maurizio Ciotola

Sono trascorsi ventisette anni dall’avvio di quella che fu chiamata “tangentopoli”; venti dalla morte di Bettino Craxi e altrettanti in cui abbiamo attraversato due fasi repubblicane, che non hanno nulla da invidiare alle già tristemente conosciute sudamericane. In questo lungo periodo intercorso non si è voluto andare otre la parzialità degli atti prodotti dalle accuse rivolte ai politici, senza spingersi in una compiuta analisi del sistema politico da loro impersonato.

Per oltre vent’anni ci sono stati uomini di tutte le “taglie e misure”, speculativo/affaristiche, che su questa parziale verità hanno costruito le loro proficue campagne elettorali, i loro imperi economici e compiuto lo smembramento dello stato sociale.

Da subito, in quel lontano 1992, vi sono stati organi mediatici, giornalisti, moralisti di ogni specie, che prendendo parte a quella “falsa rivoluzione” negli anni successivi hanno accresciuto i loro conti, nelle banche italiane ed estere, in ottemperanza a una volontà, a una “mano”, che è stata meno invisibile di quella economica, che alcuni invocano o richiamano. In quegli stessi lunghi anni l’unica costante del sistema politico, che alternativamente ha governato il paese fino ad oggi, è stata la volontà di offuscare la realtà politica di quella fase storica, banalmente chiamata della “prima Repubblica”.

Se in prossimità dei processi in corso qualcuno, a torto o a ragione, ha posto un veto sull’istituzione di una Commissione parlamentare d’inchiesta sul finanziamento illecito ai partiti, oggi questo veto non avrebbe più alcuna ragion d’essere, almeno nei termini tecnici per cui ufficialmente ci si è opposti. Potremmo elencare nomi e cognomi di coloro che, nell’invocare la necessità di istituire tale commissione, hanno condotto le loro campagne elettorali e, una volta accreditati in Parlamento, hanno taciuto e dimenticato i loro propositi. Potremmo fare i nomi, tanti, di coloro i quali hanno vestito i panni delle comparse che, a loro dire, si sedevano dalla parte dei giusti e dei moralisti, in ossequio all’integralismo del momento. Gli stessi che piegando il capo secondo il vento di burrasca, “venduto” dai mediocri e dagli ipocriti come vento d’innovazione, hanno poi affinato secondo l’interesse personale il mai dismesso uso della pratica del finanziamento illecito, sempre più in via esclusiva e “pro domo mea”.

Nessuno ha poi condotto una battaglia in Parlamento o nelle sedi istituzionali di pertinenza, affinché tale Commissione parlamentare fosse istituita. A dire il vero tutti, senza escludere nessuno, hanno lavorato per rimuovere le eventuali richieste in tal senso, nelle sedi parlamentari deputate a tale iniziativa. Abbiamo ancora oggi giornalisti e pseudostorici, fantapolitologi utili al sistema esistente, che cercano di dare un colpo al cerchio e uno alla botte, nel definire sinteticamente e banalmente ciò che fu complessivamente la cosiddetta prima Repubblica.

Quarantasei anni di politica condotta in un paese a sovranità limitata, da cui non ci si è mai affrancati, e ove il secondo partito era il Partito comunista più grande dell’Occidente, non possono accettare battute o esigue definizioni giudiziarie sul contesto politico di quegli anni. La presenza statunitense negli organi cardine di potere del nostro paese, che era ed è vincolato, ob torto collo, alla servile trasparenza nei confronti di quello americano, ci ha portato a registrare eventi sociali, reazionari, di violenza non dissimile da quella posta in essere in Sudamerica negli stessi anni.

È persino difficile indicare un singolo attore senza tener conto dei tanti altri in azione a contorno o in contrapposizione, per cercare di attenerci ai fatti concatenati di quella fase storica. Un lungo e tormentato periodo di rinascita dopo la seconda guerra mondiale e il ventennio fascista, che nell’esercizio della seppur limitata democrazia, ha visto l’affermarsi della libertà nella neonata Repubblica italiana. Perché in fin dei conti, nell’ambito di quelle limitazioni o in contrapposizione alle pressioni illiberali, il paese è cresciuto economicamente, socialmente e culturalmente, fino ad occupare il quinto posto in ambito mondiale.

Non ritengo azzeccata la definizione per cui “il denaro in politica è come le munizioni in guerra”, perché tale paragone tende ad associare la supremazia momentanea a chi con maggior violenza vince sulla parte avversa. Il denaro è sicuramente un indispensabile strumento per condurre la politica, che non è relegata alla sola attività dei suoi stessi attori, che s’illudono di attuarla.

La politica, attraverso i suoi partiti, non casualmente richiamati in Costituzione, mette in campo le risorse per individuare e attuare i progetti protesi a realizzare un’idea di società e di Stato, condivise dai cittadini che, per portarla a compimento, si organizzano appunto in partiti. Cittadini che, nell’ambito del loro esistere, non assumono unicamente o essenzialmente il ruolo di politici, ma che con essi condividono quel progetto, attraverso il loro portato tecnico, con cui cercano di contribuire. È evidente che tutto ciò non ha alcuna rilevanza giuridica, vieppiù in un processo condotto con il lecito scopo di condannare i rei per atti illeciti. Un metodo adottato, quello giuridico, che espelle le motivazioni del contesto storico di quella complessa fase repubblicana, da cui è stata marcatamente contraddistinta.

Oggi la prassi di approvvigionamento illecito, ulteriormente sviluppatasi in misura quantitativa e sempre più individualista, quasi feudale, non concorre più allo sviluppo dei partiti, intesi secondo il dettato costituzionale. La sovranazionalità di cui erano partecipi gli stessi partiti nel mondo trovò in organizzazioni internazionali momenti di incontro e dialogo, in contrapposizione alle ondate illiberali, reazionarie e belliche, ordite dalle Superpotenze o da gli Stati a loro afferenti. Organizzazioni che necessitavano di strumenti economici, allo scopo di esistere e operare nell’ambito di una tutela democratica.

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