GRANDE È LA CONFUSIONE SOTTO IL SOLE. NON FACCIAMOCI IMPRESSIONARE DALLE OPINIONI

Alcuni editorialisti, danno per archiviata l’ipotesi di rieleggere presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Alcuni, in particolare un c.d. quirinalista di grido sul “Corriere della sera”, Marzo Breda, (che taluno considera una specie di ventriloquo dei diversi presidenti da lui seguiti succedutisi sull’alto colle) attribuisce al presidente in carica la tesi secondo la quale il “doppio mandato” sarebbe “di fatto incostituzionale”: badate, non inopportuno, ma addirittura “incostituzionale”, in pratica arruolando Sergio Mattarella, che costituzionalista lo è davvero, fra coloro che – quando non gli piace – si arrogano il diritto di bollare come “incostituzionale” la Costituzione. Follia.

Avranno anche sbagliato i padri costituenti a non prevedere il limite di un mandato (opinione legittima), sta di fatto che non l’hanno previsto e che le proposte di inserirlo, avanzate da Antonio Segni in avanti, non hanno avuto seguito.

Allora riassumiamo un attimo come stanno le cose.

  1. a) A mia memoria nessuno si è mai autocandidato alla presidenza della Repubblica. E’ una carica alla quale non ci si candida. Aspettarsi che lo faccia il presidente in carica vicino alla scadenza del suo mandato o anche solo aspettarsi che dia la più vaga impressione di volerlo fare (i) non ha senso; (ii) vuol dire non aver capito chi è Sergio Mattarella, un uomo che ha fatto della discrezione la cifra di una pur lunghissima carriera nella politica e nelle istituzioni. Derivarne poi conseguenze definitive e attribuirgli intenzioni e scelte già compiute rasenta la disonestà.
  2. b) Dobbiamo tutti essere prudenti: perché (ed è sempre stato così), molto se non tutto quel che si legge (interpretazioni della Costituzione, voci e spifferi, attribuzione di intenzioni, di strategie, di tattiche, e quant’altro) è mosso da secondi fini ed intenzioni politiche: in qualche caso trasparenti (ed allora, va bene), nella maggior parte dei casi nascoste (e va meno bene).
  3. c) Tutto questo discorso vale anche per le valutazioni, anch’esse interessatissime, sulla rilevanza e la natura più o meno determinante (nei fatti e prima ancora nel testo della Costituzione) della figura presidenziale all’interno della nostra scalcagnatissima forma di governo. A seconda dei fini perseguiti, di chi si vorrebbe eletto e soprattutto di chi non si vorrebbe eletto, da una parte si fa capire che – dopo tutto – il presidente italiano non conta nulla, o conta poco, o conta abbastanza, o conta molto, o – addirittura – è una specie di capo di una inesistentissima repubblica semi-presidenziale. Nulla di ciò.
  4. d) Concludo. Il vero è che un sistema politico e istituzionale, già di per sé in cronica e permanente difficoltà (tanto è vero che abbiamo un governo di coalizione ultra larga nato in emergenza per far fronte alla pandemia e darci una mossa in campo economico, affidato a un non politico non parlamentare: e non è la prima volta), si trova in ambasce di fronte alla sfida che ha davanti: darsi un presidente della Repubblica, senza mettere a repentaglio il cammino intrapreso affidandosi a Draghi. Questo è il vero punto della questione, lì è in ballo l’interesse nazionale. Molti di noi ritengono che il primario interesse nazionale è andare avanti nelle riforme (appena avviate: tutte da attuare in concreto!) possibilmente fino al 2026, e comunque almeno fino al 2023, con il meno scossoni possibili. E’ alla luce di questa unica, ripeto: unica, priorità che va affrontata la scelta sul presidente della Repubblica. Sapendo che gli unici limiti sono quelli della Costituzione vigente: che non vieta la rielezione (checché possa ritenere il presidente in carica), che rende illegittime ipotesi di mandati a termine. Punto.

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