G20: Draghi si congratula con se stesso, “E’ stato un successo”. Ma è solo l’ennesimo “Bla, Bla, Bla”

Il summit di Roma si è concluso e, tra bottini ed accordi, l’unico grande successo registrato dai 20 è la Global Tax, che rappresenta un primo step per arrivare ad una giusta tassazione da attribuire ai colossi del web.

Ma nonostante i pochi accordi e le tante perdite di tempo per foto di rito, pranzi di gala e lanci di monetine nella fontana del Bernini, biodegradabili si suppone, c’è chi proprio non ci sta a chiamarlo fallimento, nonostante i parametri inziali siano lontani anni luce dall’obiettivo finale. Come ha ricordato Guterres qualche giorno fa.

Si tratta del premier Mario Draghi, lui, che, dall’alto della sua perfezione, si canta e si ricanta ‘Quanto sono bravo’, proprio come farebbe la tigre di Cremona.

“Il G20 è stato un successo – dice Draghi – ma non è stato facile raggiungere questo accordo. Dobbiamo essere grati soprattutto agli sherpa, che hanno lavorato ai testi che poi sono stati approvati”.

Quelle del “Covid, clima, salute, diseguaglianze” sono “sfide epocali e esistenziali” che abbiamo davanti o che abbiamo affrontato. “Ci si è resi conto che senza cooperare non si arriva da nessuna parte. La forma di cooperazione che sentiamo più affine è il multilateralismo, questo perché esistono delle regole. Alcune regole vanno cambiate, ma va fatto insieme”.

“Per la prima volta i Paesi del G20 si sono impegnati a mantenere l’obiettivo di contenere il riscaldamento in 1,5 gradi con una serie di azioni. Per la prima volta tutti i Paesi del G20 riconoscono la validità scientifica della necessità di mantenere il riscaldamento in 1,5 gradi e si impegnano con un linguaggio abbastanza significativo a raggiungere o comunque non perdere di vista questo obiettivo”.

“Abbiamo gettato le basi per una ripresa più equa e trovato i nuovi modi per sostenere i paesi nel mondo, 609 miliardi sulla base dei diritti speciali di prelievo sono dedicati per la prima volta ai paesi più vulnerabili”.

“Siamo orgogliosi di questo risultato, ma siamo solo all’inizio, serve una azione più forte di quella intrapresa finora. Siamo riusciti a mantenere vivi i nostri sogni, impegnarci a ulteriori provvedimenti, stanziamenti giganteschi, ulteriori promesse di riduzione, e questo è un successo visto che negli ultimi mesi, soprattutto i paesi emergenti, sembrava non avessero intenzione di mantenere impegni”, ha aggiunto il premier.

Sul clima “il senso di urgenza c’è da parte di tutti, complessivamente c’è un impegno a non intraprendere politiche di emissioni che vadano contro il trend che tutti si sono impegnati a osservare fino al 2030. Si spera che questo elemento venga mantenuto. Dopo Parigi sono state fatte tantissime cose significative ma le emissioni sono aumentate, sono tornate a livello pre Covid, c’è una certa preoccupazione, bisogna dimostrare credibilità mantenendo gli impegni”.

“Dalla Cina mi aspettavo un atteggiamento più rigido, se è cambiato qualcosa è il linguaggio, più proiettato al futuro e non ancorato al passato. E poi la Cina ha accettato la valenza scientifica di quel grado e mezzo. Non sono impegni facili”.

“Negli ultimi anni siamo stati poco capaci di lavorare insieme ma è cambiato qualcosa: questo vertice mi rende fiducioso sulla capacità che il G20 sembra aver ritrovato di affrontare quelle che abbiamo affrontato a nostre spese come sfide epocali, esistenziali. La sfida della salute, il Covid, le disuguaglianze di genere, reddito e ricchezza e quelle scoperte negli ultimi anni essere sfide che non possiamo risolvere da soli”.

“L’Italia ha cercato comprendere il punto di vista degli altri, c’era una ragione se gli altri Paesi erano riluttanti a muoversi sul clima. I Paesi in via di sviluppo dicono, voi avete inquinato tanto e ci troviamo in questa situazione per causa vostra. Ma se entriamo in questa lotta nel clima non andiamo da nessuna parte”.

“Dobbiamo ascoltare il punto di vista degli altri condividendo le ambizioni. Questo ha fatto l’Italia con India, Russia, Cina. Questo è il ruolo che abbiamo cercato di svolgere, sembra che abbia fatto la differenza. A me sembra di sì”, ha spiegato il premier.

Ma mentre le parole scorrono come fiumi durante la conferenza stampa del presidente, la data per mettere fine all’industria del carbone non è mai stata decisa. “Oggi abbiamo raggiunto un obiettivo importante – sottolinea Draghi – mettere fine al finanziamento all’energia a carbone non abbattuta. E anche una qualche forma di impegno non netto, ma molto probabile a fare in modo che siano molto limitate le nuove centrali a carbone. Per la Cina e l’India che abbiamo sentito una maggiore disponibilità a incamminarsi verso questi obiettivi”.

“Abbiamo una ambizione comune che prima non c’era, è formulata a vari livelli che devono essere rispettati e mi sembra molto importante che nel lavoro svolto dai ministri delle finanze per la prima volta in un documento o un comunicato del G20 troviamo meccanismi per la fissazione dei prezzi e chiediamo ai vari componenti di agire in conformità dei propri mandati a conseguire questi obiettivi e individuare un mix di policies adeguato per economie con basse emissioni”.

Per Draghi il cambiamento in alcuni Paesi c’è stato per la “consapevolezza” della situazione e per “la promessa di aiuto da parte dei paesi più ricchi”. Su questo, ha concluso, “sia la Cina che la Russia hanno deciso di cambiare posizione”.

Il riconoscimento ufficiale e formale del fatto che “gli impatti del cambiamento climatico a 1,5 C sono molto inferiori rispetto a 2°C” e l’impegno alla riduzione a 1,5 gradi dell’aumento della temperatura rispetto all’era pre industriale attraverso “azioni e impegni significativi ed efficace da parte di tutti i Paesi, tenendo conto dei diversi approcci” è uno dei punti principali del documento approvato dai leader del G20 a Roma, proprio mentre a Glasgow stanno iniziando i lavori della Cop26 dai quali ci si attendono ulteriori impegni mondiali nella lotta al riscaldamento globale.

Nel documento finale, si conferma anche l’impegno a raggiungere la cosiddetta “neutralità carbonica” “entro la metà del secolo o intorno alla metà del secolo, tenendo conto di diversi approcci, tra cui l’economia circolare del carbonio, gli sviluppi socioeconomici, economici, tecnologici e di mercato e la promozione delle soluzioni più efficienti”.

Insomma, tante belle parole, tanta vacuità, ma nei fatti vi è poco e niente. Non si è stabilito “chi deve rinunciare, e a che cosa”, non si dice “chi deve aiutare e in che misura”, in conclusione: tante parole superficiali portate dal vento che Greta Thunberg etichetterebbe come l’ennesimo “Bla, bla, bla”, enunciato dal politico di turno.

Basti pensare che la data precisa del 2050 è stata eliminata dal testo, anche se il presidente Mario Draghi l’ha comunque evocata durante la conferenza stampa finale.

Per fare un accordo come si deve, questa crisi climatica la devono affrontare tutti in egual misura, chi più ha più deve dare, facendo più o meno le stesse rinunce.

Nel caso degli Stati, le nazioni più ricche, più evolute e meno popolose devono aiutare le più povere e le più popolose, ma questo pare evidente in ambito internazionale, ma è proprio qui che sorge il nodo gordiano.

Come fanno le nazioni ricche a trovare i soldi per sostenere l’immenso investimento a favore, non delle nazioni più povere, ma della Terra?

Sostenere che tutta l’industria energetica mondiale possa essere rivoluzionata con 500 miliardi di dollari da elargire in 5 anni è come credere di poter fare il giro del mondo su una terra piatta. Serve molto di più.

Ma la domanda al quale sarà difficile trovare una risposta da parte dei premier é: tutti questi capitali che serviranno ad aiutare i paesi in via di sviluppo come si rimediano? Per non parlare del fatto che anche gli stessi stati ricchi saranno costretti a rivoluzionare le loro industrie interne.

E’ naturale pensare che in questo momento, chi più ha più deve dare, e in una società dove si condanna la patrimoniale allo stesso modo della pena di morte, mi sembra difficile che queste risorse possano essere messe in campo dai più abbienti.

Iniziare ad investire nel nostro futuro per i vari Bezos, Musk, Soros, Gates & Co. dovrebbe essere un lusso in questi casi, e non una punizione. Sono loro la classe più ricca e potente del mondo.

Contribuire in maniera significativa a rivoluzionare i destini delle masse, ciò che un povero non può fare, deve essere molto gratificante anche per l’ego più moderato.

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