Free Patrick: La vergognosa vicenda di Patrick Zaki, altri 45 giorni di detenzione preventiva “ingiusta”

Di Ginevra Lestingi

Non è ancora all’epilogo la vicenda di Patrick Zaki, sequestrato dall’8 febbraio 2020 in detenzione preventiva fino a data da destinarsi. Hoda Nasrallah, avvocatessa di Patrick Zaki, ha dichiarato all’agenzia ANSA che le voci circolate sui media egiziane, di un ennesimo rinnovo della detenzione per 45 giorni, pare siano fondate, sebbene lei non abbia ricevuto la minima notifica ufficiale in proposito.

“Siamo in una situazione paradossale in cui giudici, procuratori e altri esponenti della magistratura egiziana comunicano l’esito presunto dell’udienza per Patrick a tutti meno che all’avvocato. Questa vicenda, se confermata, dimostrerebbe ancora una volta che in Egitto le procedure, i diritti, il rispetto per la dignità dei detenuti valgono meno di zero”, ha commentato all’Ansa Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia.

“Se per Patrick si apre il secondo anno di detenzione illegale, arbitraria, senza processo, crudele, allora dobbiamo davvero raddoppiare le forze e prepararci per una campagna ancora più massiccia”.

Il povero Patrick, attivista e ricercatore egiziano, si trova dall’8 febbraio 2020 in detenzione preventiva. Il 25 agosto, per la prima volta da marzo, Patrick ha potuto avere un breve incontro con sua madre. In questi mesi la famiglia aveva ricevuto da Patrick solo due brevi lettere a fronte delle almeno 20 che lo studente aveva scritto e inviato.

Dopo rinvii su rinvii, si sono tenute le prime due udienze a luglio. Nella seconda udienza a Patrick venne concesso il “privilegio” di vedere gli avvocati che non vedeva dal 7 marzo. Il 26 settembre, a seguito di una nuova udienza, il tribunale ha deciso un ulteriore rinvio.

Il 7 dicembre il giudice della terza sezione antiterrorismo del tribunale del Cairo ha annunciato il rinnovo per 45 giorni della custodia cautelare dello studente dell’università di Bologna, in carcere da febbraio in Egitto con l’accusa di propaganda sovversiva.

La pena oltre che essere assurda va contro ogni principio di libertà. Poiché Patrick Zaki rischia fino a 25 anni di carcere per dieci post messi su Facebook con l’accusa di “incitamento alla protesta” e “istigazione a crimini terroristici”.

L’unico terrorismo di questa vicenda è quello fatto dall’Egitto nei confronti dei Diritti Umani, che senza vergogna e in mondo visione, schiaccia i diritti di un ragazzo indifeso che ha espresso solo un suo parere e giudizio. E a nulla sono servite le pressioni internazionali fatte da tutto il mondo occidentale.

Patrick nel suo paese avrebbe dovuto trascorrere solo una vacanza in compagnia dei suoi cari in una breve pausa accademica. E invece si ritrova ad essere accusato di terrorismo e di altri crimini “campati in aria” solo per nascondere la bigotta omofobia repressiva egiziana.

Patrick George Zaki venne arrestato al suo arrivo in Egitto. I suoi avvocati dicono che gli agenti dell’Agenzia di sicurezza nazionale (NSA) hanno tenuto Patrick bendato e ammanettato durante il suo interrogatorio all’aeroporto durato 17 ore. Patrick è stato picchiato sulla pancia e sulla schiena e torturato con scosse elettriche.

Gli agenti della NSA lo hanno interrogato sul suo lavoro in materia di diritti umani durante il suo soggiorno in Egitto e sullo scopo della sua residenza in Italia.

In Egitto, l’Agenzia per la sicurezza nazionale (Nsa) si rende responsabile di rapimenti, torture e sparizioni forzate nel tentativo di incutere paura agli oppositori e spazzare via il dissenso pacifico.

Amnesty lo denunciò in un drammatico rapporto uscito a luglio 2016, mettendo in luce una scia senza precedenti di sparizioni forzate dai primi mesi del 2015.

Il rapporto, intitolato “Egitto: ‘Tu ufficialmente non esisti’. Sparizioni forzate e torture in nome del contrasto al terrorismo“, rivela una vera e propria tendenza che vede centinaia di studenti, attivisti politici e manifestanti, compresi minorenni, sparire nelle mani dello stato senza lasciare traccia.

La Procura suprema abusa regolarmente dei poteri speciali affidatile dalla legislazione egiziana, che consente la detenzione preventiva di una persona sospettata di aver commesso un reato per un massimo di 150 giorni. Contro il rinnovo è possibile fare ricorso, ma la decisione su chi debba esaminarlo – un giudice o un membro della Procura suprema – è lasciata alla discrezionalità di quest’ultimo organismo.

Dopo i primi 150 giorni, la Procura suprema chiede ai “tribunali speciali antiterrorismo” di rinnovare la detenzione preventiva per periodi di 45 giorni. Anche in questa fase è la stessa Procura suprema a decidere chi dovrà esaminare il ricorso. Persino quando un giudice ordina il rilascio di un detenuto, la Procura suprema aggira la sentenza ordinando la detenzione della persona interessata per una nuova diversa accusa.

La detenzione preventiva dura in media 345 giorni e, in un caso, si è estesa per 1263 giorni, al termine dei quali è avvenuto il rilascio senza rinvio a processo. In questo periodo, è raro che i detenuti vengano interrogati più di una volta.

All’ANSA il portavoce di Amnesty International Italia, Riccardo Noury, ha commentato le lettere dello studente arrivate il 12 dicembre alla famiglia. “Che queste parole dolorose di Patrick giungano al Governo italiano che faccia veramente qualcosa di più, di meglio e di veloce di quanto ha fatto finora, per assicurare che Patrick possa tornare presto in libertà“.

“Dalla sua cella nel carcere di Tora giungono questa volta parole ancora più afflitte e preoccupanti da Patrick. L’ultima conferma di 45 giorni di detenzione evidentemente ha colpito moltissimo e ha provato davvero molto Patrick, che ha bisogno di sentire intorno a sé un affetto, un amore, una solidarietà infiniti e però ha anche bisogno di decisioni che riguardino la sua più che possibile, imminente, scarcerazione,” ha concluso Riccardo Noury.

Nel carcere di Tora in cui Patrick Zaki è detenuto la pandemia da Covid-19 è entrata da mesi. In questa situazione disperata, un segnale incoraggiante è la crescente preoccupazione internazionale per Patrick e per tutti gli altri prigionieri di coscienza egiziani. Quasi 300 parlamentari (una sessantina statunitensi, gli altri membri del parlamento europeo o di parlamenti nazionali di stati europei) hanno inviato lettere pubbliche al presidente Abdelfattah al-Sisi chiedendo l’immediata scarcerazione di tutti coloro che sono detenuti solo per aver esercitato i loro diritti umani.

Al governo italiano, anche in questa occasione, va rinnovato l’appello ad agire con sollecitudine e fermezza. Attendere l’udienza successiva sperando che vada bene e magari inviando ad assistervi un rappresentante dell’ambasciata al Cairo, è un atteggiamento improduttivo. Occorrerebbe ben altro: richiamare temporaneamente l’ambasciatore per consultazioni e per un nuovo mandato chiaro e bloccare la fornitura di due fregate militari alla Marina egiziana.

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