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Fondo Salva Stati, perché fa tanto discutere

by Silvia Roberto

Scontri alla Camera dei deputati. Opposizione all’attacco

Bagarre alla Camera mercoledì 27 novembre 2019. Oggetto della discussione il Trattato sul Mes, il Meccanismo europeo di stabilità, meglio conosciuto come il Fondo Salva Stati.

Ma andiamo con ordine e spieghiamo cosa ha portato il parapiglia in Aula e alla sospensione della seduta da parte del presidente della Camera Roberto Fico. Tutto comincia con l’audizione in Commissioni riunite Finanze e Politiche Ue del ministro dell’Economia e delle Finanze, Roberto Gualtieri, a Palazzo Madama. Durante il suo intervento aveva chiarito: “Se chiedete se è possibile riaprire il negoziato, vi dico che secondo me no, il testo del Trattato è chiuso”.

Parole che a Montecitorio hanno infiammato gli animi, soprattutto delle opposizioni, a cominciare dall’onorevole Claudio Borghi, che dalle fila della Lega ha accusato il governo e in primis Giuseppe Conte (“l’avvocato del popolo che dovrà trovarsi un avvocato”) di aver dato l’assenso a un testo che è chiuso e diventato inemendabile. “Conte riferisca con urgenza in Aula o lo porteremo in tribunale perché c’è un’infedeltà in affari di Stato”. Parole dure che hanno dato il “La” anche al leader di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni che, oltre a sottoscrivere le parole del collega Borghi sul fatto che il premier debba riferire immediatamente del suo operato, ci spiega una cosa molto importante su ciò che il premier ha fatto a danno e “con il sangue degli italiani per restare seduto sulla poltrona da presidente del Consiglio”: “L’Italia sta versando miliardi al Fondo Salva Stati per salvare le banche tedesche in vista della Brexit e se questo deve accadere vogliamo che il Parlamento sia pienamente disponibile a discutere di una materia così importante”. Una trappola in cui siamo caduti e dove, a detta loro, lo stesso Di Maio e Salvini (presi in causa proprio perché tutto risale allo scorso giugno 2019 con il Governo Conte 1) non ne sapevano nulla e chiedono spiegazioni e chiarimenti.

Ma è da questa affermazione della Meloni che vorrei partire per spiegare come funziona il Fondo Salva Stati e a cosa serve. Come ci suggerisce la parola stessa si tratta di un Fondo che letteralmente salva quegli Stati membri che condividono la stessa moneta, l’euro (come si evince dall’art. 2 e 3 del testo) attraverso un’assistenza finanziaria. Parliamo dunque di una sorta di salvadanaio che mette in comune i soldi di tutti i paesi membri e interviene quando uno di essi si trova in difficoltà economica. Un intervento all’occorrenza doveroso da attuare perché, senza di esso, quei paesi in crisi economica rischierebbero di minare la stabilità europea. È il caso della Grecia che, fallita economicamente, ha ottenuto aiuti dal Mes proprio per salvare il sistema bancario. Attivo dal 2012 e subentrato al precedente meccanismo di stabilizzazione, il Mes sostituisce il Fondo europeo di stabilità finanziaria (FESF) e il Meccanismo europeo di stabilizzazione finanziaria (MESF). Il Fondo Salva Stati si amplia nel 2018 quando gli viene conferito un ulteriore incarico, ovvero quello di concedere finanziamenti alle banche o agli Stati.

Senza entrare troppo nel tecnico dall’estate 2018, infatti, il Fondo Salva Stati ha la possibilità di fornire il cosiddetto “backstop comune” che, tradotto in italiano, sarebbe una “rete di protezione comune” al “Single resolution Fund” (Fondo di risoluzione unico) alimentato dai contributi delle banche dei singoli paesi membri della zona euro per finanziare quei programmi di ristrutturazione di una banca proprio per salvaguardare l’interesse pubblico (facendo un esempio se la Germania dovesse chiedere fondi di ristrutturazione delle proprie banche utilizzerebbe anche i nostri soldi). Lo spiega bene l’onorevole Claudio Borghi durante la conferenza indetta dal leader della Lega Matteo Salvini, accompagnato dal vicesegretario federale della Lega Nord Giancarlo Giorgetti, dall’onorevole Riccardo Molinari, dal senatore Alberto Bagnai e dallo stesso Borghi il quale parla anche, riferendosi alle nuove clausole inserite, di una ristrutturazione del debito pubblico ovvero il taglio dell’ammontare di debito pubblico (creando, se davvero così fosse, notevoli incidenti diplomatici).

Attualmente il Mes può contare su 80 miliardi di euro di fondi. La quota di partecipazione di ciascuno Stato è determinata dalla popolazione dello Stato membro in rapporto alla popolazione complessiva degli Stati aderenti al fondo e del prodotto interno lordo del medesimo Stato membro in rapporto a sua volta a quello complessivo degli Stati partecipanti al fondo (per diritto di cronaca il capitale italiano impegnato nel Mes è di 125 miliardi di euro, di cui ne abbiamo già versati 15 miliardi, 60 se si contano i fondi assorbiti dai sistemi precedenti). Senza contare che il MES ha un capitale autorizzato di 700 miliardi. Ora, il Fondo Salva Stati può essere considerato un prestatore di ultima istanza, cioè subentra quando uno Stato membro non riesce più a ricevere prestiti. Allora come fa uno Stato in difficoltà a ricevere questo prestito? In primis devono essere rispettate alcune condizioni (l’Italia, ad esempio, nonostante versiamo miliardi a questo Fondo, è già fuori, perché per poter accedere si deve essere in regola con tutti i parametri europei e l’Italia ad oggi non lo è, dunque non riceveremo mai un aiuto concreto). Senza contare che lo Stato deve accettare un piano di riforme la cui applicazione sarà sorvegliata dalla “Troika”, il comitato costituito da Commissione europea, Banca centrale europea e Fondo monetario internazionale.

La Germania è il primo finanziatore con una percentuale che ammonta a circa il 27%, seguita dalla Francia con circa il 20% e il nostro paese che si aggiudica il terzo posto con circa il 17%.

Per tornare a quanto successo mercoledì scorso in Aula, la bomba sarebbe scoppiata proprio perché il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, avrebbe dato il via libera alla riforma del Mes senza passare prima dal Parlamento.

Un fatto che, se così fosse, sarebbe molto grave, perché andrebbe a minare l’autorità dello stesso Parlamento che non ha avuto la possibilità di esprimersi e di discutere sul tema. È vero, come ricorda il ministro dell’Economia Gualtieri, che il potere legislativo subentrerà quando si dovrà ratificare il Trattato, ma diventerebbe molto pericoloso, così come fa notare Borghi, perché se mai si decidesse di non ratificare, ci potrebbero essere delle conseguenze gravissime (ad esempio le speculazioni dei mercati con uno spread che schizzerebbe alle stelle costando molto caro alla nostra economia).

Della serie siamo stati incastrati perché parliamo di un Trattato internazionale il cui potere sta ben al di sopra della Costituzione italiana e alla fine non potremmo fare più nulla.

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