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FELICE CASATI UN EROE DI ALTRI TEMPI

by Bobo Craxi

FELICE CASATI UN EROE DI ALTRI TEMPI

Si è fatto riferimento ripetutamente all’epidemia che si scatenò nel nord dell’Italia fra il 1630 e il 1633 e che le stime approssimative dicono che provocò oltre un milione di vittime falcidiando la popolazione. E’ presumibile che il contagio fosse provocato dallo spostamento di truppe provenienti dal Nord, in particolare quelle dei mercenari tedeschi del Sacro Romano Impero ricordati come i Lanzichenecchi che più avanti si macchiarono di crimini e crudeltà nel cosiddetto Sacco di Roma.

La Peste del 1630 viene comunemente definita la Peste Manzoniana perché lo scrittore lombardo ambientò i “Promessi Sposi” esattamente nel periodo culminante della Peste a Milano e in Lombardia che lasciò tracce indelebili sulla popolazione nonostante fosse passato oltre un secolo.

Si contraddistinsero molte figure nel tempo della Peste il cui ruolo fondamentale nella solidarietà umana e nella capacità organizzativa per il sostegno ai malati merita ancora oggi di essere ricordato anche per l’impressionante analoga con i veri e propri eroi dei giorni nostri che combattono le sfide più difficili, nelle corsie e nei reparti dei contagiati restituendo, se fosse possibile, la grandezza dell’altruismo a chi offre la propria vita ed il proprio impegno per cercare di salvare la vita altrui o per lenire gli insopprimibili dolori che produce una lotta impari contro un nemico invisibile, oggi come allora, quasi che il progresso dell’uomo, le sue conoscenze non avessero fatto passi in avanti.

Frate Felice Casati

Alessandro Manzoni parla di un Frate Cappuccino nel romanzo di fantasia che tuttavia esistette davvero. Si tratta di Felice Casati il Frate Cappuccino cui fu assegnato l’incarico straordinario di sovraintendere al Lazzaretto maggiore di Milano e successivamente anche a quelli minori. Le sue capacità organizzative, il suo coraggio ( aveva contratto il morbo ma poi ne guarì) e la forza del carattere ne fece di lui una figura che attraversò i decenni e ne definì un aspetto quasi mitologico.

Coadiuvato da uomini della sua confraternita Felice Casati seppe stabilire una disciplina ferrea all’interno del Lazzaretto, ne avviò delle ristrutturazioni, adeguò i servizi igienico-sanitari all’emergenza e fu straordinariamente attento nella cura degli approvvigionamenti dei viveri e dei medicinali che presto si trovarono a scarseggiare, così come fu tempestiva la regolare inumazione dei cadaveri che al tempo era assai trascurata mettendo in un ulteriore pericolo l’igiene pubblica.

Come un Santo laico, nel 36° Capitolo dei Promessi Sposi, Manzoni tratteggia la figura poetica del Cappuccino (Padre Felice) che fa la sua predica in mezzo al Lazzaretto e si rivolge ai malati riusciti a guarire dal male.

Ringrazia Dio per la Sua misericordia, per averli voluti salvare e correggere attraverso la sofferenza, per aver loro ricordato che la vita è un dono prezioso dell’Altissimo e va spesa in aiuto del prossimo. Casati raccomanda ai guariti di uscire dal lazzaretto con un contegno severo, senza gioire in modo sfacciato della propria fortuna e con un pensiero a coloro che restano in questo luogo di dolore, pronti a iniziare una nuova vita all’insegna della carità cristiana. Quelli che hanno riacquistato le forze sono invitati a offrire il braccio ai più deboli, i giovani a sostenere i vecchi, tutti ad essere caritatevoli verso i propri fratelli. Padre Felice indossa una corda al collo in segno di penitenza e si inginocchia, tutti fanno silenzio e lo osservano: Egli chiede a nome di tutti i suoi confratelli perdono ai guariti se lui o altri ministri non hanno adempiuto pienamente ai loro doveri, se la pigrizia li ha resi meno attenti alle loro necessità, se talvolta si sono mostrati infastiditi della loro presenza, se la loro debolezza li ha indotti a comportamenti che possano averli irritati in alcun modo.

Una scena che simboleggia la forza della spiritualità cristiana, incoraggia i vivi risparmiati dal martirio e suscita il dubbio laico sulle capacità umane di poter far fronte a tutte le sofferenze, chiede perdono semmai per le difficoltà che hanno potuto incontrare nella battaglia quotidiana contro l’epidemia che non lasciava spazio alla cura dell’anima che in una situazione di gravità può essere efficace quanto a quella del corpo.

Ripensando a Felice Casati non si può non immaginare quante figure, probabilmente resteranno anonime molte di loro, in questo momento riecheggiano in condizioni e forme moderne l’epica del Frate Cappuccino che visse a Milano ormai tre secoli or sono, e quante e in tutto il Mondo, come in un’unica e grande battaglia per la vita, si distinguono per abnegazione e sacrificio.

Suscitano speranza ancora oggi le parole del Manzoni, cariche di spiritualità cristiana e al tempo stesso di consapevolezza e razionalità che risiedono nella tradizione umanistica della laicità.

Ed in questione rimane sempre la dignità dell’uomo in una vita che sia vestita, tutelata da diritti, da salute, spirito e memoria.

Ed era la cura umana che tutti i Felice Casati di questa terra stanno cercando di dare.

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