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Craxi, i diari inediti e la lettera di Amato che a Bettino non piacque

by Redazione

I documenti in un saggio dello storico Andrea Spiri. La lettera, del 23 novembre 1999, venne consegnata dall’allora ministro del Tesoro Giuliano Amato a Umberto Cicconi, che a sua volta la lasciò nelle mani di Bobo Craxi affinché la desse al padre ricoverato in Tunisia

di Tommaso Labate

«Caro Presidente, ho seguito e
seguo con trepidazione queste tue settimane difficili. L’ho fatto in
silenzio, perché difendo i miei sentimenti dall’avidità senza pudore di
quella che è oggi l’informazione. Tu sai – e ne ho dato prova del resto
in tutti questi anni – che di te ho sempre custodito e ribadito
l’immagine di un Presidente che ha guidato l’Italia con grandi capacità.
(…) È l’immagine che altri deve ora ricollocare nella storia; il che, a
quanto vedo, sta cominciando ad accadere. Sai dell’impegno con il quale
ci si è adoperati e ci si adopera per verificare la possibilità (…) di
consentirti un rientro a finalità curative a condizioni legittime e
appropriate. Ma ora – come tu dici – tocca ai bravi medici tunisini
rimetterti in sesto. Auguro a te e a tutti noi che così sia; dal più
profondo del cuore. Giuliano».

Amato e la trattativa. È uno dei tasselli mancanti degli ultimi giorni di
vita di Bettino Craxi. La lettera di cui in molti hanno parlato ma che
nessuno – tolti il mittente, il destinatario e le due persone che hanno
fatto da tramite – aveva mai letto. È datata «Roma, 23 novembre 1999».
La scrive Giuliano Amato, all’epoca ministro del Tesoro del governo
D’Alema, che la consegna a Umberto Cicconi, che a sua volta la lascia
nelle mani di Bobo Craxi perché la dia al padre, ricoverato in Tunisia
in attesa dell’intervento per l’asportazione al rene ormai divorato dal
tumore. L’ex presidente del Consiglio, questo lo racconterà nel 2003 il
figlio in un libro scritto con Gianni Pennacchi, legge il contenuto. Poi
accartoccia il foglio di carta intestata della Camera dei Deputati e lo
lancia via dicendo «Amato si sta rivelando il peggiore di tutti».

La lettera è stata scovata pochi giorni fa da Andrea Spiri,
tra l’altro nel giorno in cui lo storico e ricercatore – uno dei
massimi esperti accademici del craxismo – avrebbe dovuto consegnare
all’editore Baldini+Castoldi le bozze del suo «L’ultimo Craxi. Diari da
Hammamet», in libreria dal 17 gennaio prossimo. L’autore ha rinviato di
qualche giorno la consegna del testo e il documento è diventato parte
integrante dell’opera. Insieme a tantissimi diari inediti.

A novembre del 1999, insomma, Craxi capisce che la fine è vicina.
Amato gli dà conto della trattativa del governo D’Alema per arrivare a
una soluzione umanitaria che gli consenta un ritorno in Italia. Del suo
ex sottosegretario all’epoca di Palazzo Chigi, un socialista a cui il
destino avrebbe consegnato una sorte diversa dalla sua, Craxi non si
fida neanche in punto di morte.

«Niente fantasmi». Di notte, a volte, lo inseguono sogni di guerra,
scrive l’ex premier malato in un appunto; quelli incollati alla mente
del bambino che era stato negli anni Trenta. «I fantasmi non so cosa
siano, ed anche i sogni mi inseguono raramente. Se ci sono sogni che mi
hanno qualche volta perseguitato, sono stati sogni di guerra. Una
eredità infantile. I miei sonniferi sono neutrali. Sono in ogni caso
necessari…».

«La scomparsa va evitata». «Sono addolorato, ma sono sereno.
Non sono né sfiduciato né rassegnato. Penso sempre alle cose terribili
che sono successe nella storia, e alle sofferenze sofferte da altri e
questo mi aiuta ad accettare con equilibrio tutto ciò che mi sta
succedendo», scrive in un diario Craxi nell’ottobre del 1996. Mancano
pochi giorni al pronunciamento della Cassazione sulla sentenza di
condanna per la tangente Eni-Sai. Il 12 novembre 1996, dopo che la Corte
conferma il giudizio di appello, l’ex premier annota: «La sconfitta è
inevitabile, ma la scomparsa va evitata». Qualche mese più avanti
appunterà: «Non sono un pentito, salvo che per alcune cose che
riguardano le mie relazioni umane (…). Mi pento di aver dato fiducia e
potere a uomini che non lo meritavano».

«Caro Andreotti». Tra le carte inedite riemerse dagli archivi della
Fondazione Craxi e riportate alla luce da Spiri c’è anche un biglietto
firmato da Giulio Andreotti e datato 27 febbraio 1982. «Caro Craxi,
poiché scripta manent, desidero ripeterti quello che ti ho detto
iersera: è totalmente falso che io ad arte abbia detto di te che ti
occupi di problemi tra un safari e l’altro. Ancora una volta qualche
cialtrone si inventa motivi di dissenso addirittura sul piano personale…
Io non sono certo un tuo ammiratore a tempo pieno, ma riscontro con
rammarico che, come ai tempi del governo di solidarietà nazionale, vi è
un certo numero di seminatori di zizzania e di calunnie che dovremmo
operare per mettere fuori gioco».

Nel luglio 1993, in piena Tangentopoli, sarà Craxi a scrivere. «Caro Andreotti… penso che abbiamo il dovere di reagire in tutti i modi possibili. L’uso violento del potere giudiziario ha aperto la strada a un golpismo strisciante e variamente vestito, di fronte al quale c’è solo la paralisi, lo sbandamento e la viltà di tante forze democratiche. A presto. Tuo B. Craxi». Dopo il 21 marzo del 1994, quando Craxi salirà sull’aereo che l’avrebbe portato per sempre lontano dall’Italia, non si sarebbero visti mai più.

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