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Covid e lockdown: 249.000 donne hanno perso il lavoro, di cui 96.000 mamme

by Freelance

Di Ginevra Lestingi

La pandemia di Covid19 ha scosso tutti e ha rivoluzionato la vita a molti, ma a farne le spese, soprattutto, troviamo le mamme. Tra queste 4 su 5 hanno figli con meno di 5 anni. Madri che a causa delle restrizioni e della necessità di seguire i bambini più piccoli, lasciati fuori dagli asili nido e dalle scuole materne, sono state costrette a rivedere la propria posizione lavorativa, sacrificandola per seguire i propri figli. Continua a pesare notevolmente il divario tra Nord e Sud Italia.

La scelta della maternità come è ben noto è spesso connessa alla carriera lavorativa. Nel 2019 le dimissioni o risoluzioni consensuali del rapporto di lavoro di lavoratori padri e lavoratrici madri hanno riguardato 51.558 persone, ma oltre 7 provvedimenti su 10 (37.611, il 72,9%) riguardavano lavoratrici madri e nella maggior parte dei casi la motivazione alla base di questa scelta era la difficoltà di conciliare l’occupazione lavorativa con le esigenze della prole.

Diventare madri in Italia significa percorrere un vero e proprio percorso a ostacoli e non sarà un caso se il nostro Paese detiene il primato delle più anziane d’Europa alla nascita del primo figlio (31,3 anni contro una media di mamme in EU di 29,4).

Anche il tasso di natalità ha subito durante la pandemia un ulteriore scossone in negativo, registrando decremento del 3,8% rispetto all’anno precedente per un totale di 16 mila nascite in meno.

Pandemia e maternità

La pandemia ha aggravato una condizione che già prima presentava moltissime criticità. Molte donne erano infatti già lasciate fuori dal mercato del lavoro per l’impossibilità di coniugare vita lavorativa e familiare e realizzazione personale.

L’anno del Covid ha esacerbato questa situazione. Sono in totale 456 mila i posti di lavoro evaporati (-2% rispetto al 2019) e le più colpite sono le donne che rappresentano 249 mila unità (-2,5%) rispetto ai 207 mila uomini (-1,5%). In particolare, guardando al versante delle madri, il saldo delle occupate fa segnare un calo di -96 mila donne tra il 2019 e il 2020, di cui in particolare 77 mila in meno tra coloro che hanno un bambino in età prescolare, -46 mila tra chi ha un figlio alla primaria (6-10 anni), mentre risultano aumentate le madri occupate con figli da 11 a 17 anni (+27 mila).

I tassi di occupazione dei 15-64enni decrescono per entrambi i generi, passando al 67,2% per gli uomini (- 0,8%) e al 49% per le donne (- 1,1%). In questo modo, i divari di genere, già consistenti in precedenza, si esasperano e nel 2020 raggiungono la soglia del 18,2%, penalizzando come sempre, alcune aree. Se al Nord e al Centro, infatti, si mantengono intorno al 15%, la forbice si allarga fino a 23,8% nel Mezzogiorno.

Lo “shock organizzativo familiare” causato dal lockdown, secondo le stime, avrebbe travolto un totale di circa 2,9 milioni di nuclei con figli minori di 15 anni in cui entrambi i genitori (2 milioni 460 mila) o l’unico presente (440 mila) erano occupati. Lo “stress da conciliazione”, in particolare, è stato massimo tra i genitori che non hanno potuto lavorare da casa, né fruire dei servizi (formali o informali) per la cura dei figli: si tratta di 853 mila nuclei con figli 0-14enni, nello specifico 583 mila coppie e 270 mila monogenitori, questi ultimi in gran parte (l’84,8%) donne.

Le mancanze della politica nel sostegno alla genitorialità sono esplose insieme alla pandemia. Nel corso della prima fase di questa lunga crisi, con il lockdown, il Governo è intervenuto a sostegno dei genitori lavoratori attraverso l’introduzione di un congedo parentale straordinario e un bonus baby-sitter (solo per famiglie in cui entrambi i genitori erano occupati e nessuno beneficiario di cassa integrazione o altri ammortizzatori).

Questi dati mostrano l’urgenza del problema: la politica deve mettere subito in atto misure in grado di creare un sistema integrato da zero a sei anni, che offra un servizio di qualità e gratuito in cui i bambini abbiano la possibilità di apprendere e di vivere contesti educativi necessari al loro sviluppo.

La Commissione Europea ha indicato come obiettivo minimo entro il 2030 per ciascun Paese membro di almeno dimezzare il divario di genere a livello occupazionale rispetto al 2019. Una sfida molto impegnativa per l’Italia già ben prima dell’impatto della pandemia e che ora diventa una missione quasi impossibile da veder realizzata. Anche perché il mondo del lavoro ha sempre bisogno di una visione femminile, per rappresentare a pieno e per far fronte alle esigenze di metà della popolazione mondiale.

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