Home Senza categoria Come affrontare lo shock economico

Come affrontare lo shock economico

by Verdiana Garau

Lo shock economico è già in atto e questa è una pseudo-recessione. Esaminando il contesto planetario ci si accorge che l’Europa è il primo continente a perseverare da anni sulla promozione di nuovi orizzonti politico-socio-economici e a farsene promotrice a livello globale, in vista soprattutto dei cambiamenti climatici causati dalle emissioni di gas serra.

Non soltanto: è l’unico continente al mondo dove le politiche hanno sempre giocato un ruolo fondamentale per esprimere e adempiere ai doveri nel rispetto dell’ambiente. E ne ha fatto bandiera nel contesto globale, diventando di fatto la principale sostenitrice internazionale del protocollo di Kyoto e l’unica che cerca il più possibile di sostenerlo.

Questo ha permesso di convertire lo scenario ambientale ed economico del Vecchio continente dove numerose aziende dell’agroalimentare avevano cominciato a darsi al bio, dove numerosi sono i parchi solari che producono energia elettrica, dove l’uso della bicicletta e il trasporto sostenibile sono diventati la preoccupazione di punta, la prima dove piantare alberi è ormai una moda, dove la raccolta differenziata dei rifiuti ha prodotto filiere industriali dedite al recupero e al riciclo. Siamo lontani dalla perfezione, ma se paragoniamo dove viviamo agli altri paesi del mondo restiamo i numeri uno per sostenibilità e vivibilità.

Non si può dire lo
stesso delle altri grandi superpotenze e lo shock è già in atto.

Gli Stati Uniti,
nonostante le loro disponibilità economiche per farlo, non hanno mai sostenuto
il protocollo, pur concorrendo al 32% del totale dell’emissione di CO2 e il Canada
è stato il primo a sfilarsi. La Cina e l’India, nel pieno del boom economico,
sono sollevate per adesso dall’onere a patto di rientrare in un secondo
momento.

Certo sempre
analizzando il contesto globale viviamo in un periodo di grandi incertezze,
sperequazione economica crescente, paure galoppanti e horror vacui.

La destabilizzazione in Medio Oriente ha acuito antiche insidie che si ripropongono nel Mediterraneo senza che si trovi la sperata armonia, tra esodi biblici, tensioni religiose e terrorismo. Mentre l’impennata cinese ha fatto saltare i tavoli della finanza, la retrocessione delle politiche sudamericane hanno generato incertezze gravi, l’aumento demografico mette spavento.

In tutto questo quadro c’è l’Italia: ago della bilancia nel Mediterraneo, pilastro portante in Europa, fattore indispensabile per gestire i rapporti in Estremo Oriente come la tradizione e la storia vuole.

Anche il nostro eco-progetto
fa da padrone mentre lo scompenso tra i player del globo genera terremoti sulle
piattaforme finanziarie e si ripercuotono all’interno dei nostri confini.

L’economia sta
cambiando, come il suo pull factor.

Il riposizionamento
post “effetto grande crisi” 2008-2011 non è cosa facile
mentre si cerca di scongiurare guerre mondiali.

Siamo usciti ammaccati dall’ultimo decennio del ventesimo secolo, con una politica destrutturata e pieni di debiti e come dice Giulio Sapelli “nulla è più come prima”. Ma il futuro non necessariamente deve essere peggio del passato o del presente. Basta saper governare la transizione.

Soprattutto in Italia le nostre industrie di punta, come Eni, Snam, Leonardo stanno puntando da anni sulla riconversione e il miracolo della green economy è già in corso. Tra Biomassa, idrogeno, riciclo della plastica, pubblicità progresso.

Al sollecito del pubblico negli slogan “perché Eni+1 è meglio di Eni” si accompagnano valanghe di affari e futuri profitti. Snam dal canto suo ci propone l’idrogeno che potrebbe fornire un quarto del fabbisogno energetico del paese, in uno sforzo congiunto per una rivoluzione verde verso l’auspicabile totale decarbonizzazione.

Intanto in Europa accade che il sindacato italiano Uiltec e il tedesco Ig Bce, guidati rispettivamente da Paolo Pirani e Michael Vassiliadis, firmino il Green@Work. Il Green@Work è il primo patto sulla sostenibilità per il lavoro del futuro in Europa a partire dal 2020. In Europa con le forze congiunte delle nazioni si cerca dunque di coniugare la sostenibilità, il contrasto ai cambiamenti climatici, il welfare mantenendosi nel quadro del progetto comunitario.

Il passaggio da una materia energetica all’altra è sempre stato accompagnato da un massiccio impiego tecnologico. Tecnologia che diveniva man mano sempre più complessa e quindi fisiologicamente crea shock finanziari. Ma che può anche generare nuova economia. E migliorarla.

Benché sotto le scosse di rigurgiti politici nazionalisti, l’Europa ha colto costruttivamente con intelligenza e coraggio le polemiche per trasformarle in un nuovo piano di ristrutturazione tutto europeo che davvero potrebbe essere volano mondiale per la transizione energetica e che certamente resta alla base di qualsiasi effetto economico industriale e quindi sociale del futuro sostenibile.

Tutto sommato abbiamo retto bene il dumping economico che si è creato e non ci resta che rilocalizzare l’industria a casa con una identità tutta nuova e da immaginare. Ma serve regionalismo a livello europeo e con urgenza una politica fiscale comunitaria. Perché la propaganda è finita e lo shock è dunque già in atto e di Renzi e dei suoi 120 miliardi da Londra non ne abbiamo bisogno. La pianificazione per un nuovo scenario economico basato su industria 4.0 ed energie rinnovabili mise radici già il 16 marzo 2012 quando fu attuato il “Fondo rotativo per Kyoto” da 600 milioni di euro per finanziare, con tassi agevolati di interesse, gli investimenti in efficienza energetica, le energie rinnovabili, le tecnologie di cogenerazione e trigenerazione. Il fondo era stato istituito dalla finanziaria 2007 del governo Prodi II.

Oggi serve combattere per una buona negoziazione sulle procedure finanziarie da adottare in Europa e per una ottimale transizione attraverso gli investimenti previsti di 100 miliardi per il green new deal.

“Ci accusano di essere guastatori ma noi vogliamo stare sui problemi concreti, sulle proposte. Certo non possiamo assistere inerti all’arrivo della recessione che si preannuncia”, dice Renzi.  E racconta che nei due giorni trascorsi a Londra “ho potuto constatare il vivo interesse da parte di società di investimento e di banche, anche straniere. Il vero problema è che i progetti non partono, sono bloccati. Pertanto quel che serve è una corsia preferenziale sblocca-burocrazia come abbiamo fatto con l’Expo di Milano e con gli scavi di Pompei”

“Serve un’assunzione di responsabilità da parte di tutti, altrimenti il paese non ce la farà. E noi – ripete – non assisteremo inerti a un declino che tutti insieme possiamo evitare”.

Ma quale declino? Non esageriamo. Ma quali sono i progetti che non partono?

Il futuro non sono le multinazionali, ma il rafforzamento capillare della rete e dei microterritori periferici, una visione e una concezione tutta europea di sviluppo. Cosa che lui sembra non aver colto e sembra non aver capito date le sue scelte già da tempo abbracciate, in barba al territorio e in nome di alcune lobby che hanno sposato soltanto il suo pseudo carisma e Londra.

Il fallimento e la chiusura di molte attività è un mantra ormai da più di trenta anni. In definitiva sì, ci sono da sbloccare i cantieri, perché abbiamo bisogno come il pane di nuove infrastrutture, aeroporti compresi.

È il ritmo quello che manca e lo può dare soltanto una politica direttrice, solida e ancorata sul territorio: quindi c’è bisogno non di una politica e di partiti che hanno i piedi lontani dalla società, ma di politiche nello Stato e nella società.

Potrebbe interessarti

Lascia un commento