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CIAO SABINO

by Redazione

Il ricordo del nostro giornale attraverso le parole di Gabriele Morleo

Sabino de Nigris, amico, compagno e sodale della testata che ospita queste righe ci ha lasciati. Purtroppo la notizia, estremamente triste, è questa e sarebbe inutile caricarla di enfasi e “naftalinica” retorica.

In questi casi si dice: ” a lui non sarebbe piaciuto”. Bene io non lo so, anche se posso immaginarlo, se gli sarebbe piaciuto o no, ma so certamente che, anche la più acrobatica retorica, si avviterebbe attorno a quel “Sabino ci ha lasciati”, che contemplerebbe una compiutezza, un finito, quasi rasserenante poiché narrabile, che di solito la scomparsa di una persona porta in dote.

Quella compiutezza che normalmente ci permetterebbe di raccontarne la vita e l’Uomo con la serenità, data dal fatto che più nulla può essere aggiunto o tolto a quella Storia.

Ma raccontare Sabino non è così facile poiché, tra le tante cose, era anche e forse soprattutto un Sommo Narratore e sappiamo bene che a “casa di suonatori non si fa la serenata” come recita un vecchio adagio di quella cultura popolare che tanto amava e continuamente studiava, talvolta quasi con lo scrupolo dell’antropologo prima ancora che dello storico.

Sarebbe davvero un azzardo provare a raccontare Sabino; proprio lui che riusciva trasformare nella Storia più bella, affascinate, accattivante e divertente da ascoltare una qualsiasi storia di vita.

Da quella dei padri del socialismo rivoluzionario, come per esempio De Ambris, fino a quella dell’usciere della più piccola sezione socialista della provincia italiana.

Con Sabino i versi della celebre canzone di Gregori “la Storia siamo noi” sembravano trovare sostanza, la storia raccontata da lui era bella perché era una Storia fatta di storie: era “democratica”.

E che la Storia fosse la sua grande passione lo si capiva non tanto dall’accanimento appassionato con il quale la studiava ma con la gioia con la quale l’ha mai insegnata ma sempre condivisa.

Con Sabino non dovevi preoccuparti di imparare, ti bastava prendere; e una storia qualsiasi raccontata da lui diventava Storia, ti restava appiccicata addosso e non la dimenticavi più.

La Storia che Sabino studiava e raccontava era un concatenarsi di storie strette tra le maglie di irresistibili aneddoti e tutte avevano come comune denominatore i vizi e i vezzi di un’Italietta che fu e che, tutto sommato, continua a essere.

Talvolta la sua travolgente ed esplosiva umanità riusciva a coinvolgere in un suo personalissimo e colto carnevale persino la Storia stessa, e in questo rovesciamento le piccole storie di vita quotidiana entravano nel novero degli eventi della Grande Storia e la “Grande Storia” diventava tutto sommato una “storiella”, a tratti divertente, anche quando si parlava di eventi come “tangentopoli” che avevano travolto soprattutto il Partito Socialista Italiano, per il quale tanto si era speso, non solo come studioso ma anche come dirigente della FGSI prima e funzionario politico in seguito e del quale continuava a rivendicare, assolutamente a ragione, una gloriosa Storia.

Insomma, ascoltare Sabino de Nigris era esattamente come guardare un film di Monicelli: la Storia e le storie raccontate con la Leggerezza degna della più bella delle Lezioni americane di Calvino.

E proprio Mario Monicelli è il protagonista di uno dei più bei ricordi che mi lega a Sabino. Più che un ricordo quasi una foto, un flash: Sabino e io a pranzo in una storica trattoria romana, con le pareti costellate di foto con relativa dedica al proprietario-chef lasciate dai tanti protagonisti della cosiddetta “Hollywood sul Tevere” (di ciascuno dei quali naturalmente Sabino mi aveva raccontato vita morte e miracoli) che nel corso degli anni avevano frequentato il ristorante, attorno a noi solo tavoli vuoti, tutti tranne uno, con un solo avventore che solitario mangiava un piatto di spaghetti all’amatriciana: il Maestro Mario Monicelli.

Immaginate l’emozione per me, giovane studente di cinema, nel trovarmi in un ristorante con due dei più grandi narratori, e mentre io mi godevo tanta fortuna Sabino scrutava ogni movimento del regista e registrava ogni singola parola scambiata con il cameriere.

Inutile dire che di quell’incontro parlammo più volte nel corso della passeggiata che seguì il pranzo, una delle tante che cominciavano il pomeriggio per finire a tarda notte.

Interminabili e affascinanti chiacchierate e camminate per le vie di Roma, città nella quale io vivevo ma che lui, chiaramente, conosceva meglio di me, come d’altronde tanti altri luoghi che non aveva mai visitato ma che, grazie ai suoi interminabili studi, conosceva perfettamente e riusciva a descrivere minuziosamente quasi come li avesse vissuti, una specie di Emilio Salgari del “sud dei Santi”, un dono, quello di metabolizzare lo studio fino a trasformarlo quasi in vissuto che appartiene solo ai grandi intellettuali e, Sabino lo era, ed è per questo che si concedeva il lusso anche di “giocare” con la storia e la sua narrazione.

Sabino De Nigris era uno Storico ma anche uno Storiografo, poiché aveva di fatto creato, senza mai trascurare un assoluto rigore scientifico quasi di stampo accademico, un approccio del tutto nuovo allo studio della Storia e delle sue fonti che trovavano sede nei documenti custoditi nei faldoni polverosi degli archivi storici così come potevano trovarsi nelle migliaia di ritagli di giornale che scrupolosamente archiviava di qualche articolo di cronaca magari della provincia spagnola (la Spagna era una sua grande passione della quale conosceva perfettamente lingua e cultura), apparentemente insignificante.

Ma Sabino era tanto altro. Era ciò che ha scelto, pur avendo le carte in regola, di non essere e cioè uno scrittore, un regista e perché no, anche un attore, magari non Premio Oscar ma Premio Nobel come Dario Fo; ma era anche ciò che non ti aspettavi che fosse: un bancario, per esempio.

Per questo ci basta dire “Sabino ci ha lasciati” senza aggiungere altro, perché il seguito pretenderebbe la descrizione definitiva di un Uomo, un Amico, un Compagno, un Intellettuale che ha ancora tanto da dire a ciascuno di noi: a chi non ha avuto l’immenso piacere di conoscerlo personalmente attraverso le centinaia di pagine che ha scritto e per chi, come me, invece ha avuto modo di godere della sua amicizia, attraverso il ricordo che affiorerà ogni qualvolta ritroverà tra le pagine di un libro o nell’intitolazione di una vita un nome e penserà “Ah! Me ne aveva parlato Sabino!”.

Ci basta dire “Sabino ci ha lasciati” poiché, da adesso in poi, quel che conta e ciò che Sabino ci ha lasciato e cioè l’immagine di un uomo, carico certamente di tormenti ma anche di vita, un intellettuale allegro, gioviale e distante da quella immagine del pensatore cupo alla quale siamo abituati, di chi l’intellettuale lo fa, perché spesso non lo è.

Talvolta eccentrico come un dandy degli anni ’10 del secolo scorso, altre poeticamente buffo, proprio come i grandi attori/autori o come i filosofi più curiosi: un po’ Chaplin e un po’ Talete.

Sabino ci ha lasciato tutto il suo calore, la sua affilatissima (auto)ironia, la sua incontenibile simpatia. Sabino ci ha lasciato nomignoli, soprannomi e modi di dire che a lungo continueranno a echeggiare tra coloro che l’hanno conosciuto, stimato e voluto bene.

Sabino ci ha lasciato, e la sua preziosissima biblioteca della “Fondazione G. Di Vagno”, del quale è stato promotore e organizzatore, nel cuore del Paese che ha dato i natali allo stesso e all’onorevole socialista ucciso barbaramente (Conversano), rimane senza ombra di dubbio un suo lascito.

Sabino ci ha donato il suono di un linguaggio colto e popolare allo stesso tempo. Caro Sabino, ci hai lasciato tutto questo e tanto altro ancora, ed è per questo che ci sarai sempre. Ma ci mancherai lo stesso.

“Gabriello”

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