Home In evidenza Causa civile contro la presidenza del Consiglio, ministero della Salute e Regione Lombardia per i 500 morti della bergamasca

Causa civile contro la presidenza del Consiglio, ministero della Salute e Regione Lombardia per i 500 morti della bergamasca

by Rosario Sorace

Resta ancora aperto quel pasticciaccio della bergamasca e oggi si apprende che l’ex presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ha opposto il silenzio stampa non commentando la riunione segreta del Comitato tecnico scientifico del 2 marzo 2020, in cui per la prima volta erano emersi i «dati preoccupanti» sul contagio in quell’area della Lombardia.

In quell’occasione i consulenti tecnici del governo hanno espresso la necessità di dichiarare zona rossa l’area di Alzano Lombardo e Nembro. Questo verbale non porta a nessuna decisione politica e anzi Conte parla di “costo politico” nel creare nuove zone rosse, mentre poi l’ex premier ha detto ai pm bergamaschi di essere venuti a conoscenza della situazione epidemiologica in provincia di Bergamo e della richiesta di zona rossa, dopo cinque giorni.

Alla riunione del 2 era presente il Ministro della Salute Roberto Speranza, che ha sempre affermato di essere venuto a conoscenza della richiesta di una zona rossa in Val Seriana non prima del 3 marzo 2020 e di aver chiesto il giorno dopo al presidente dell’Iss Silvio Brusaferro, una «relazione più strutturata».

Lo stesso Speranza però era stato informato sui fatti già il 2 marzo, essendo presente alla riunione, mentre in pubblico ha affermato di aver saputo della gravità della situazione il giorno dopo. A questo punto Conte quel giorno “decide di rifletterci”.

Mentre Speranza il 4 marzo va a Milano per incontrare la giunta Fontana che governa la Lombardia e nessuno ancora oggi sa bene cosa sia avvenuto in quell’incontro anche perché il ministro non si è espresso a tal proposito. Naturalmente il Cts aveva indicato la via d’urgenza da percorrere che era quella di fare le chiusure opportune, alla luce dei dati allarmanti che emergevano e che imponevano una chiusura immediata dell’area colpita dall’espansione del virus.

Tuttavia i politici prendono tempo proprio per non pagare il “costo politico” che avrebbe comportato la chiusura della Val Seriana e, quindi, meglio aspettare l’evolvere della situazione. Tutto ciò sta emergendo in modo clamoroso quale elemento probante che si aggiunge alla causa civile che è iniziata il 23 dicembre del 2020, quando è stato notificato dai parenti di 500 vittime di Covid -19 l’atto di citazione al Ministero della Salute, alla Presidenza del Consiglio e della Regione Lombardia.

«Abbiamo rilevato violazioni di legge nazionali e internazionali – afferma la responsabile del pool legale, l’avvocata bergamasca Consuelo Locati – rispetto al mancato adeguamento del piano pandemico del 2006, al mancato recepimento del regolamento sanitario internazionale e alla mancata comunicazione del rischio alla salute ai cittadini da parte delle istituzioni, che sapevano tutto a partire da gennaio 2020. La notizia del verbale della riunione del Cts del 2 marzo 2020 verrà riversata nel procedimento civile: sapevano che questo virus era come la peste, eppure la cittadinanza, soprattutto in provincia di Bergamo, non è stata informata della gravità del rischio».

Secondo l’avvocatessa Locati, il verbale mette in rilievo che «è stata una scelta voluta e che il ritardo di 15 giorni (dallo scoppio del focolaio di Alzano il 23 febbraio 2020, ndr) ha contribuito alla diffusione del virus e alla strage nella bergamasca».

Tale procedimento civile, si aprirà a Roma con la prima udienza fissata per il 14 aprile, non è comunque una class action, come spiega la Locati, «ogni defunto ha la propria storia personale e ogni parente che agisce fino al secondo grado di parentela chiederà il proprio danno individuale, ovvero un risarcimento che va dai 110 ai 310mila euro a persona, per un ammontare complessivo che si aggira intorno ai 200 milioni di euro».

Tutt’oggi però, le suddette controparti, ministero della Salute, presidenza del Consiglio e regione Lombardia, non si sono ancora costituite in giudizio.

«Il termine – conclude Locati – scadeva il 25 marzo, noi oggi non abbiamo contezza che sia stato depositato nulla. Hanno tempo di costituirsi in giudizio fino al giorno prima dell’udienza, se non lo dovessero fare non potranno difendersi, in assenza di contestazioni risulterebbe tutto provato».


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