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Cagliari e il suo declino

by Maurizio Ciotola

Cagliari, questa bellissima città che si affaccia sul mare, al centro del Mediterraneo, in uno golfo altrettanto magico, sembra essere in piena decadenza culturale e urbana.

Lo sviluppo, in questi ultimi quindici, vent’anni, si è incentrato sulla moltiplicazione dell’offerta di ristorazione e degli alloggi.

Un’offerta apprezzabile per turisti mordi e fuggi, che oltre al piccolo e episodico giro nel decadente centro storico, altro non possono apprezzare.

Non la parte più antica, ma quella simbolicamente rappresentante della città di Cagliari, il Castello, è in condizioni di abbandono e degrado, in cui le incompiute dei restauri pubblici e privati la rendono un agglomerato diroccato o poco più.

Dal Bastione di S.Remy, simbolo della città, in cui da quasi vent’anni c’è un cantiere aperto dalla Soprintendenza, insieme allo sfregio di una colata di cemento e orribile recinzione annessa, sulle scalette che salgono da via De Candia, riusciamo già a capire qual è l’attenzione che l’amministrazione e i politici hanno mostrato e mostrano verso la città.

E’ stato smantellato l’unico teatro all’aperto degno di questo nome, in cui venivano rappresentati concerti, opere liriche, spettacoli teatrali, l’Anfiteatro romano che restituì al pubblico il Sindaco Delogu il primo anno del suo insediamento, grazie al contributo del genio militare.

Per altro è altresì vero che, il Covid in questi due lunghi anni ha determinato una condizione per cui diveniva impossibile o semplicemente difficile, gestire spettacoli al chiuso, anche se, a esser sinceri, non ricordiamo un dinamismo capace di generare un turismo culturale, indipendente dalla stagionale condizione favorevole determinata dall’estate.

La stessa ex Manifattura tabacchi, che un’esperta in tautologia ha ribattezzato “Sa Manifattura”, è stata recuperata in minima parte, lasciando l’esterno e la quasi metà degli edifici in una condizione di impressionante decadenza.

Analogamente, lo spazio del cinema-teatro della stessa ex manifattura è chiuso e pericolante. Una struttura in grado di offrire laboratori e locali alle tante associazioni culturali, che schiacciate da pesanti oneri di gestione sono costrette a limitare i loro programmi.

Oneri verso cui il comune e la regione cercano di concorrere, in verità senza una reale valutazione di merito o metodo, se non quella consolidata su base clientelare.

Questa città che vive grazie alla presenza della p.a., statale, regionale e locale, alle sedi territoriali delle aziende e ovviamente al loro indotto, si sente già sazia al punto da non sfidarsi ulteriormente.

Una staticità, perennemente in bilico, che genera brutture comportamentali, vandalismo materiale e ideologico.

La devastazione architettonica è anche figlia di ristrutturazioni pubbliche, che hanno snaturato parti consistenti del centro cittadino, senza seguire alcun parametro storico, se non quello di una conformazione generale, che annulla l’identità architettonica dei luoghi, in origine caratterizzati dalla popolazione che li ha realizzati e vissuti.

Del resto non possiamo pensare che Cagliari riprenda a esser se stessa, se dal dopoguerra ha incominciato ad azzerare il suo patrimonio storico, non necessariamente costituito da templi o resti archeologici, ma da un urbanesimo materiale e culturale per cui si contraddistingueva, allo scopo di correre verso il consumo del territorio senza alcuna pianificazione urbana.

Al pari di gran parte del Paese è stata presa d’assalto da palazzinari e urbanisti d’assalto, cui dotti intellettuali si sono accodati o hanno sostenuto, per poi doverci confrontare con l’emergenza e la bruttezza.

Qualche hanno fa ci si è “scandalizzati” perché Cagliari non è riuscita a divenire la capitale europea della cultura nel 2019.

Pochi mesi fa, analogamente, la città è stata esclusa dal concorso per divenire la capitale europea del verde nel 2023. In entrambi i casi avremmo dovuto, eventualmente, scandalizzarci del contrario.

Perché evidentemente, chi ha urlato allo scandalo non ha appropriati termini di paragone, se non quelli generati da un campanilismo cieco e ottuso, che similmente determina la decadenza con cui ogni giorno ci dobbiamo misurare.

Purtroppo sappiamo che dopo riflessioni minime come questa, tanti saranno portati a girarsi dall’altra parte per salire sull’auto e dirigersi verso il Poetto, dove con un tuffo al mare o con uno Spritz, cercheranno di dimenticare e sfuggire dalle responsabilità, seguendo un metodo pluricollaudato in gran parte della popolazione e, soprattutto, nella sua classe dirigente.

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