Salvo Andò: “Draghi premier potrebbe servire non solo all’Italia, ma anche all’Europa”

Il Governo Draghi è ormai operativo; la popolarità del premier pare essere molto alta e, come prevedevano in tanti, l’accoglienza ricevuta in Europa è stata più che calorosa. Insomma pare che Draghi sia destinato a essere uno dei protagonisti della vita politica europea, soprattutto dopo la fuoruscita dalla signora Merkel che non si presenterà più alle elezioni. Tutto ciò non può che giovare al nostro paese, sempre che i partiti politici siano lungimiranti e non badino solo al proprio particolare creando difficoltà molto serie ad una azione di governo che potrebbe risultare efficace. Ecco l’opinione a tale proposito dell’ex Ministro della Difesa, Salvo Andò.

Il governo Draghi è sicuramente un governo del Presidente. E’ stato il presidente Mattarella ad avere scelto l’ex presidente della Bce come Premier nel momento in cui non emergeva un’indicazione dei partiti che potesse consentire di aggregare una maggioranza parlamentare sicura ai fini della formazione del governo in un momento così difficile per il paese. Non si poteva confidare in una maggioranza di probabili responsabili che doveva essere messa insieme attraverso faticose e magari opache negoziazioni. Si sarebbe trattato di una maggioranza raccogliticcia, destinata a sfarinarsi di fronte alle difficili scelte che il governo è chiamato a compiere.

Mattarella, insomma, ha dovuto fare ciò che forse in tempi normali non avrebbe mai fatto tenuto conto della sua riluttanza ad arbitrare i conflitti politici. Di fronte ad una situazione politica estremamente complessa, con i partiti frantumati al proprio interno, e con il paese che sembrava destinato a andare alla deriva, considerato che troppe dissonanze caratterizzavano l’azione della maggioranza giallorossa e che sull’opposizione certamente non si poteva fare conto perché, per come si erano messe le cose, quel tipo di opposizione ormai puntava irresponsabilmente a portare avanti la linea del tanto peggio tanto meglio.

Mattarella ha assunto una decisione coraggiosa, sconvolgendo le tradizionali liturgie seguite nella formazione dei governi. Ha, non soltanto in un certo senso dettato l’agenda del nuovo governo, ma anche la tempistica attraverso cui realizzare obiettivi che sembrano obbligati. Come egli stesso ha spiegato si rischiava di lasciare trascorrere dei mesi, sostanzialmente senza fare nulla sul piano degli adempimenti che l’Europa ci impone.

Una campagna elettorale sarebbe stata durissima, avrebbe complicato enormemente le emergenze che il paese deve fronteggiare, e, probabilmente, avrebbe comportato il ritiro della fiducia che l’Europa per la prima volta in modo così generoso ha manifestato nei confronti dell’Italia.

Il risultato di tanta confusione sarebbe stato che il colossale finanziamento destinato alla ricostruzione si sarebbe perduto con grave pregiudizio per l’interesse nazionale.

Ma il governo che si è fatto non è solo il governo del Presidente. E’ anche un governo politico che si fonda su una larga maggioranza. Ciò perché nessun partito se l’è sentita di dire no al governo Draghi, essendo tutti i protagonisti in campo consapevoli che le reazioni del paese sarebbero state violente e durature di fronte ad una situazione di ingovernabilità che avrebbe creato ulteriori fratture sociali oltre che all’interno del sistema politico.

Il Parlamento, visti gli umori del paese e le difficoltà da affrontare, adesso deve dimostrarsi in grado di funzionare nel migliore dei modi, perché le decisioni prese dal governo possano diventare subito leggi. Il Parlamento in questo senso deve riappropriarsi della propria sovranità, che non può consistere nel paralizzare il governo e sé stesso a causa di un sistematico ostruzionismo dei partiti l’un contro l’altro. Deve essere capace di esprimere decisioni tempestive e trasparenti, che siano il risultato di una effettiva capacità di ascolto del paese. Il Parlamento insomma non può limitarsi a disfare sistematicamente ciò che il governo cerca di costruire.

Questo nuovo esecutivo sembra poter contare in partenza anche di un ampio consenso sociale.

Intorno a questo governo si stanno avendo delle solidarietà sorprendenti non solo da parte di partiti che negli ultimi anni hanno creato ingiustificati conflitti disputando su possibili elezioni anticipate, delegittimandosi a vicenda, ostentando incompatibilità insuperabili, dimostrando insomma che l’Italia è davvero un caso nel contesto europeo, un malato inguaribile, perché in nessun paese di fronte agli enormi costi umani ed economici prodotti dalla pandemia si è assistito ad una lotta politica senza quartiere.

Si sta avendo solidarietà, senso di responsabilità anche da parte delle forze sociali, se si pensa alla volontà di dialogo manifestata dal sindacato verso il governo, all’atteggiamento costruttivo con cui ha proposto alcune soluzioni per rendere meno pesanti costi sociali prodotti dalla pandemia.

Il leader della CGIL Landini ha spiegato che questo è un buon governo perché l’autorevolezza del Premier consentirà di affrontare, anche grazie a prevedibili solidarietà internazionali, questioni che il paese da molti anni non è stato in grado di affrontare.

Il problema non è soltanto quello di come spendere i soldi, sperabilmente bene, scoraggiando ogni forma di dispersione delle risorse per fini clientelari ed evitando corruttele, ma di approvare delle riforme che diano stabilità politica, perché oggi la priorità è quella di non lavorare soltanto per l’emergenza ma per dare al paese una prospettiva di reale rinascita.

E, da questo punto di vista, sarebbe bene che anche nei linguaggi della politica si sappia spiegare al paese che l’aiuto dell’Europa non è un aiuto finalizzato soltanto a ristorare i danni subiti da famiglie e imprese, ma finalizzato a promuovere un nuovo modello di sviluppo che abbia come punto di riferimento costante soprattutto le giovani generazioni.

Si parla sempre del Recovery fund ma non si parla viceversa, inspiegabilmente della titolazione che questo aiuto che ci viene dall’Europa ha avuto da parte della commissione, cioè Next Generation Eu. Non si danno risorse soltanto per ricostruire rimettendo le cose a posto, ma realizzando nel governo del paese un cambiamento di passo e cominciando a riformare con grande convinzione gli apparati pubblici in cui i diritti e le pretese degli addetti non possono prevalere rispetto a quelli che sono gli interessi degli utenti.

Il piano di ricostruzione deve essere soprattutto destinato alle giovani generazioni perché sono queste che nel corso dei decenni sono state sistematicamente sacrificate, escluse dal diritto al progresso a causa di un’allocazione delle risorse che fa pagare ai ragazzi i benefici che si garantiscono agli anziani.

I giovani sono stati i grandi dimenticati nel contesto di un modello di sviluppo che si è sempre preoccupato, per fini elettorali, di coloro che erano protetti già e spingevano con successo perché queste protezioni potessero rimanere inalterate anche quando parte del paese precipitava in una condizione di disagio insopportabile. Lavorare per le future generazioni significa potenziare la scuola, la ricerca, insomma il sapere. E’ questo l’investimento che produce più valore aggiunto.

Le reazioni nelle cancellerie europee e nei mercati finanziari sono di segno decisamente positivo e questo lascerebbe ben sperare in ordine a risultati che ci consentano un balzo in avanti a livello internazionale.

Finalmente la scelta fatta con la nascita di questo nuovo governo raccoglie grandi consensi in Europa; si tratta di un fatto nuovo nella vita politica del nostro paese che può puntare su un nuovo inizio finalmente virtuoso nel rapporto tra la società e le istituzioni.

C’eravamo abituati ad essere sempre giudicati come inadempienti da parte dei nostri partner internazionali, a essere destinatari di diffide, di sollecitazioni che riguardavano le riforme necessarie che il nostro paese avrebbe dovuto fare; riforme che riguardavano gli impegni non mantenuti, ma soprattutto la cultura delle deroghe costantemente invocate, la pretesa insomma che nei confronti dell’Italia non debbano valere le regole che valgono per gli altri paesi europei. Siamo da sempre pronti ad esercitare il vittimismo.

C’è una battuta molto diffusa che la dice lunga sul giustificazionismo con cui spesso ci presentiamo ai nostri interlocutori a livello internazionale: cerchiamo di non farci conoscere! E invece c’è un’Italia che avrebbe tutte le carte in regola per farsi conoscere ed apprezzare, che non chiede comprensione per i ritardi che si accumulano a causa di inefficienze, ostruzionismi degli apparati pubblici.

C’è un ‘Italia che vuole reagire di fronte alle incompiute, alla lievitazione dei costi dovuti ad inspiegabili ritardi. Ebbene, questa Italia confida molto nel governo che Draghi ha messo insieme per scrollarsi di dosso una lentocrazia irresponsabile, per dimostrare anche ai nostri partner europei che la fiducia e la solidarietà che l’Europa manifesta nei nostri confronti è ben riposta.

L’Italia con questo governo può risalire la china, può recuperare un’udienza perduta in Europa, può reinserirsi nella cabina di regia dell’Ue. Occorre che sia più ambiziosa e responsabile. Siamo scivolati in fondo alle graduatorie internazionali nel campo dell’alta formazione, della ricerca, della capacità di garantire adeguata manutenzione ad un patrimonio culturale che non ha eguali nel mondo.

Occorre una decisa volontà di rinascere non sperperando le risorse e rispettando i tempi assegnatici. Si è sempre alle prese con una questione morale mai affrontata attraverso le riforme, ma solo con le prediche. E’ il momento di dimostrare che si provvede guardando al di là dell’emergenza.

Si tratta di reagire ad un atteggiamento negativo che ci ha visto impotenti registrare un costante deperimento dei beni pubblici, considerati beni di scarso valore, o di cui non occuparsi come se fossero beni di nessuno. L’Italia ha bisogno dell’Europa, ma l’Europa ha bisogno dell’Italia, di un’Italia forte, coraggiosa, con una grande voglia di fare, così com’è stata l’Italia del dopoguerra.

L’Europa che cambia pelle, che tende ad assumere una nuova identità, più politica, meno mercantile per i paesi del sud è una grande opportunità da valorizzare con convinzione.

Questo è un modo molto concreto di combattere il populismo e di restituire alla politica la sua necessaria centralità. C’è bisogno di un nuovo umanesimo nel mondo, e quindi gli anni che verranno potranno registrare una centralità europea che non avviene a scapito delle tradizionali alleanze occidentali in cui credeva. Se lo sforzo di cui tutti parlano adesso non si compie con il concorso di tutti i paesi dell’Ue avremmo perduto una grande occasione.

Draghi spiega che bisogna concentrarsi sulla pandemia, cercando attraverso i vaccini di fermare il contagio, però parla anche di clima, di nuove politiche del lavoro, di una ritrovata solidarietà atlantica che consenta all’Europa di poter agire sinergicamente con gli Stati Uniti per promuovere un nuovo ordine internazionale.

L’Italia insomma deve rimettersi in piedi, ma deve essere protagonista della ricostruzione dell’Europa devastata dalla pandemia. Le riforme italiane in un certo senso sono riforme che vanno a sostegno delle riforme europee, soprattutto per quanto riguarda le politiche di coesione sociale considerato che oggi c’è un’emergenza che non è solo italiana ed europea.

Occorre proteggere il ceto medio che rappresenta la grande maggioranza della popolazione. E lo si protegge garantendo la diffusione più rapida possibile del vaccino ma anche riaggiornando il sistema sanitario perché nulla possa essere più come prima in materia di cura e prevenzione della malattia.

Ci siamo resi conto delle insufficienze del nostro sistema produttivo di fronte all’approvvigionamento anche di materiale routinari di cui siamo sprovvisti avendo trascurato l’autosufficienza in alcuni settori che sono per esempio essenziali per un’ efficace politica di cura e di prevenzione sanitaria.

Tutto ciò che sta avvenendo in Europa può essere l’occasione per un mutamento globale delle relazioni internazionali, per un nuovo ordine internazionale?

Certo. Si tratta di dare un contributo importante in termini di investimenti per conoscere anche meglio la natura che cambia con ritmi veloci, proponendoci scenari allarmanti con riferimento all’emergere di nuove malattie. Si tratta di riabilitare la cultura del lavoro che non è merce di scambio ma di emancipazione sociale.

Si fa un gran parlare di come regolare la competizione internazionale per evitare che alcuni paesi si avvantaggiano dal fatto di non avere alcun rispetto per i diritti umani, di segregare una parte della popolazione attraverso un sistema di veri e propri lavori forzati.

Occorre in questo campo lanciare una vera e propria crociata che però può essere portata avanti nella misura in cui non ci sono grandi paesi anche in Occidente che poi si attestano sulla linea del realismo politico.

L’Italia dei partiti populisti purtroppo non ha fatto grandi riforme, il che ha contribuito ulteriormente all’impoverimento del paese. I partiti populisti sono interessati non affrontare i nodi strutturali della crisi economica, a non fare le riforme strategiche, ma a fare delle riforme bandiera, delle riforme demagogiche per risolvere problemi di carattere immediato anche pregiudicando interessi generali che, se affrontati tardivamente, rischiano di non essere più recuperabili.

E’ chiaro che un Paese come l’Italia, che è Paese di frontiera nel Mediterraneo per affrontare questi problemi deve avere anche una grande politica estera. Si tratta di riabilitare la nostra politica estera soprattutto nel Mediterraneo, una regione a cui in passato si è dedicato una straordinaria attenzione e che oggi sembra essere nelle mire russe e turche.

In sostanza, l’Italia con la sua storica propensione mediterranea non può essere emarginata in questa regione, anche a causa della miopia di alcune potenze europee come la Francia che ha cercato di scalzare l’Italia da alcuni territori come quello libico dove abbiamo interessi da difendere; si pensi al nostro approvvigionamento energetico e a un flusso di migranti che provengono anche dall’Africa sud sahariana e che attraverso la Libia raggiungono le nostre coste.

L’Italia nel Mediterraneo non può essere trattata come una cenerentola europea, ma l’unico modo per evitare che si creino tensioni in questa regione tra paesi membri dell’Ue è quello di intestarsi come Unione Europea una vera politica mediterranea, raccordandosi anche con gli Stati Uniti che si stanno riproponendo in questa regione una volta venuta meno la disattenzione americana predicata e praticata da Trump verso l’Europa ed il Mediterraneo.

L’Europa mediterranea deve essere ben presente nello scenario Mediterraneo non per accaparrarsi le risorse depredando i paesi in via di sviluppo ma cercando insieme ad essi di ripensare un modello di sviluppo Mediterraneo che non può che essere bicontinentale, cioè europeo e africano.

Gli esiti della crisi potevano essere disastrosi invece si aprono prospettive potenzialmente proficue con effetti di lunga durata nella crescita.

Si è voluto ad ogni costo una crisi di governo che poteva davvero portare alla rovina del nostro paese senza la coraggiosa iniziativa di Mattarella di cui si è detto. Gli italiani hanno seguito sbigottiti la spregiudicata iniziativa di Matteo Renzi che in un momento così difficile ha voluto dimostrare di essere ancora un protagonista della politica italiana, anche al fine di consumare qualche vendetta personale.

Il paese per fortuna, per come si sono messe le cose è riuscito ad avere un governo di buona qualità che lo mette nelle condizioni di poter approfittare dell’apertura di credito che si è avuto da parte dell’Europa per risolvere questioni da sempre segnalate come prioritarie ma mai seriamente affrontate.

L’Italia insomma pare essersi messa in movimento. Ci sono partiti che sembrano decisi a compiere un percorso di maturazione e altri che possono recuperare un’identità perduta. E’ chiaro che nessun partito che ha accettato il governo Draghi adesso possa lavorare per destabilizzare il quadro politico che è emerso attraverso la soluzione della crisi. Non si partecipa al governo in un momento così difficile per poterlo sfasciare meglio.

A tuo avviso Draghi riuscirà a chiudere la legislatura?

La gente interpellata dai sondaggisti vuole che ha la maggioranza posso durare fino alla conclusione della legislatura. E ciò perché i problemi che bisogna risolvere non sono solo quelli legati all’emergenza ma sono quelli che, se risolti, faranno sì che emergenze di questo tipo non se ne abbiano a vivere più.

Le persone si schierano dalla parte di Draghi perché è un tecnico ma anche un politico. Un tecnico per le esperienze straordinarie che ha fatto e un politico perché ha avuto responsabilità politiche. Si è dovuto confrontare con la politica soprattutto stando al vertice della BCE.

E’ auspicabile che questo governo possa durare a lungo consapevoli come siamo che se ciò non dovesse verificarsi ricomincerebbero le rese dei conti e si riaprirebbe una campagna elettorale infinita, di tutti contro tutti che ha reso quasi impossibile la soluzione dei tanti problemi. Il paese tornerebbe ad essere privo di certezze. E in queste condizioni certamente non si potrà mai rifare l’Italia.

I partiti hanno avuto un sussulto di responsabilità quando hanno posto in essere una sorta di desistenza rispetto al programma presentato da Draghi. I leader di maggioranza e opposizione non hanno posto a Draghi i rispettivi programmi ma hanno cercato di manifestare disponibilità verso la sintesi presentata dal presidente incaricato.

Draghi è un tecnico che rispetta i partiti che ne comprende le ansie, le difficoltà, è un tecnico che ha saputo affrontare le resistenze della Germania verso le politiche più espansive evitando lo scontro diretto con Berlino ma non imponendo il suo punto di vista.

Bisogna riconoscere che hanno dimostrato senso di responsabilità, hanno accettato le proposte di Draghi senza batter ciglio, i partiti che fanno parte del governo, anche quelli che in passato sono state antieuropeisti, hanno condiviso la linea europeista di Draghi limitandosi a spiegare che sognano un’Europa ancora più solidale.

E’ prevedibile che Draghi adesso con la sua autorevolezza a pieno titolo entrerà nella regia dell’Unione Europea affiancando Macron e la Merkel. Non farà bracci di ferro con nessun partito e cercherà di tener fede alla sua visione di paese ordinato e di economia in crescita soprattutto cercando di far capire che la sua tesi del debito buono necessario per lo sviluppo è una tesi che serve a tutti.

Ha fatto bene riferendosi all’Europa a spiegare che un’Italia più forte significa un Europa più forte. I partiti che collaborano con Draghi, anche i sovranisti, sanno che percorrendo questa strada persino loro saranno protagonisti di un’importante opera di rilancio dell’Europa.

Se i partiti hanno fatto un passo indietro sugli organigrammi nel momento in cui si è trattato di formare il governo e non hanno issato le loro riforme bandiera per porre dei confini insuperabili a Draghi sul piano del programma questo significa che sarà più facile realizzare le cose sulle quali vi è stata una grande convergenza nel momento della trattativa, di fronte un governo inedito e a un presidente non aduso a negoziare con i partiti italiani.

Il nuovo Presidente del Consiglio riuscirà a domare i contrasti e a ricondurre a sintesi le differenti posizioni politiche?

Con la nomina dei sottosegretari il governo sarà pienamente operativo. Tutto si è svolto secondo le previsioni. Il dibattito sulla fiducia in Parlamento è andato abbastanza bene per il Premier. La maggioranza è apparsa compatta; non si sono registrate smagliature neppure nelle motivazioni con cui i diversi partiti hanno dato la fiducia al governo.

Il fatto che un drappello di pentastellati abbia scelto di stare all’opposizione, per testimoniare fedeltà alla purezza originaria del movimento, non è una cattiva notizia; almeno per due ragioni. È bene che vi sia una vera opposizione in grado di incalzare il governo e di contestarne eventuali incoerenze e ritardi.

Ma, soprattutto, è bene che si faccia chiarezza in casa pentastellata, non essendo accettabile che un partito sia al tempo stesso di lotta e di governo, permanentemente impegnato a contestare tutti i ministri, tranne i propri. I 5Stelle a causa degli esodi e delle probabili espulsioni avranno adesso meno parlamentari, ma finalmente potrebbero acquisire una identità politica ben definita.

In questo governo non dovrebbero esserci degli sfasciacarrozze che per ragioni di visibilità esterna tendono a creare complicazioni. La linea politica spiegata da Draghi ai suoi interlocutori durante la trattativa è stata chiara. Non pare che vi siano stati, al momento della formazione del governo, patti occulti.

È Salvini ,che non ha mai dismesso i panni di capitan Fracassa, è il solo che di tanto in tanto si dimena avanzando richieste provocatorie per dimostrare ai suoi che tutti devono fare i conti con lui, Draghi compreso, come ai tempi del Conte 1. Ma sa che di queste richieste nessuna sarà presa in considerazione.

Così come ha dovuto fare marcia indietro sull’euro, sull’Europa minima, sulla collocazione atlantica dall’Italia, sulla flat tax, sulle mance da distribuire a tutti, anche alle imprese che erano decotte già prima del COVID, farà marcia indietro anche sull’immigrazione. Del resto, la sua politica muscolare contro i migranti non ha sortito alcun effetto pratico. Basti considerare che i migranti che voleva rispedire in patria sono rimasti lì dove li aveva trovati.

Salvini ha accettato tutte le condizioni che il candidato Premier poneva. Ciò ha reso agevole la scelta dei ministri. E anche per i sottosegretari alla fine deciderà il Premier, che ha chiesto ai partiti liste ampie riservandosi di scegliere nomi e collocazioni. Di tanto in tanto il leader leghista cerca di dimostrare che nel governo gode di uno status privilegiato rispetto agli altri partner; ma si tratta solo di millanteria.

Allo stato di questo governo sembrano soddisfatti quasi tutti i partiti che lo sostengono, quelli di centro-destra e quelli dell’ex maggioranza giallorossa. Da ciò che si è visto in occasione del dibattito parlamentare pare che il premier non sia rimasto impressionato più di tanto dalle battute polemiche di Salvini e di altri leader leghisti sull’UE e l’Euro.

Draghi ha confermato persino nelle virgole la linea che aveva annunciato ai partiti in sede di trattativa per la formazione del governo. È un fatto che certe impuntature polemiche leghiste avutesi prima del voto di fiducia sono subito rientrate dopo la replica di Draghi. Anzi, si è registrato un atteggiamento collaborativo verso l’Ue.

Anche sul tema dell’apertura o chiusura delle attività commerciali pare che i conflitti che hanno pesantemente segnato la vita dei passati governi, anche a causa delle demagogiche sortite venute da alcune parti politiche-dovrebbero essere prevenuti attraverso linee guida preventivamente concordate tra i ministri competenti che consentirebbero alle categorie interessate di conoscere per tempo le intenzioni del governo.

Tenuto conto di ciò, si ha l’impressione che adesso Salvini debba dare conto dei suoi comportamenti all’ala filo governativa del suo partito, considerato che nella delegazione leghista al governo ci sono solo estimatori di Draghi che vogliono lealmente collaborare con il Premier e soprattutto che vogliono rimanere al governo il più a lungo possibile.








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